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Venerdì 17 Novembre 2017 | 20:34

Due sistemi elettorali
mille alleanze
post-elettorali

De Tomaso da oggi in Rai  ricorda i giorni della Storia

di GIUSEPPE DE TOMASO

LECCE - Sono tre i misteri buffi di questa lunga vigilia elettorale che si concluderà nella primavera 2018, alla scadenza della legislatura.

Primo mistero. A leggere dichiarazioni e propositi vari, si direbbe che anche anche gli addetti ai lavori, non solo i votanti, vogliano ragionare come se tuttora fosse in vigore il contestatissimo modello elettorale Porcellum, fondato sulla scelta, da parte dei leader, di tutti i deputati e senatori.

Secondo mistero. Parecchi protagonisti e analisti della politica ragionano come se, al Porcellum, fosse subentrato un sistema elettorale diverso, ma ugualmente maggioritario e bipolare.

Terzo mistero. Parecchi, contrariamente alla scuola di pensiero (si fa per dire) di cui sopra, ritengono al contrario che il nuovo modello elettorale sia totalmente proporzionale e che, di conseguenza, non sarebbe il caso di occuparsi di alleanze preelettorali, visto che i giochi decisivi comincerebbero all’indomani del voto.

I tre misteri buffi la dicono lunga sulla confusione che regna a pochi mesi dalle consultazioni, anche perché i meccanismi elettorali di Camera e Senato sono tutt’altro che identici.

Le regole per il rinnovo dei gruppi di Montecitorio prevedono un premio del 54% (in seggi) alla lista che dovesse superare il 40% dei voti. Il che dimostra che il sistema elettorale per la Camera non è propriamente proporzionale.

Se, come abbiamo visto, la legge per la Camera contempla il premio di maggioranza per la lista vincente oltre il 40%, la normativa elettorale per il Senato è assai diversa: soglia di sbarramento per l’ingresso a Palazzo Madama fissata all’8% dei voti. ma se una lista fa parte di una coalizione che oltrepassa il 20% dei voti, la soglia d’ingresso in aula si abbassa, per un partito, al 3% dei voti.

In breve: il Senato favorisce le coalizioni, la Camera no.

Ora. Come si possano conciliare modelli elettorali che appaiono più distanti, tra loro, di Leo Messi e Paulo Dybala, francamente non è dato sapere. Per questa ragione il Presidente della Repubblica non ha mai smesso di esercitare la sua persuasione morale per spingere i partiti a trovare un compromesso sulla legge elettorale, in modo da scongiurare il rischio, assai concreto, di un Parlamento più ingovernabile di un’assemblea condominiale.

Ma l’aria che tira non induce all’ottimismo. L’impressione generale è che si andrà a votare con il pasticcio testè illustrato, e che alcuni partiti a poche ore dalla definizione delle liste saranno addirittura incerti se aderire a un listone (Camera), o far parte di una coalizione (Senato). Un manicomio.

Ma non è finita. Esaminiamo il caso di Montecitorio, dove la prospettiva di guadagnare, con il 40% dei voti, il premio di maggioranza del 54% di seggi, non è una chimera. I grillini ci sperano. Il centrosinistra e il centrodestra pure, a condizione che ciascuna coalizione dia vita a un proprio listone comprendente tutte le sigle alleate.

Ma qui casca l’asino. Chi direbbe l’ultima parola sui candidati di ogni listone? Silvio Berlusconi, nel centrodestra, vorrebbe essere lui, ma anche Matteo Salvini avanza la medesima richiesta. E poi: una volta concordato il listone con i candidati, chi potrebbe assicurare la ripartizione dei seggi in base alla percentuale di reale consenso ottenuto da ogni singolo partito? La tentazione da parte della Lega, al Nord, di fare l’asso pigliatutto, nell’alleanza col Cav, grazie al voto di preferenza e a un più solido radicamento territoriale, sarebbe inevitabile. Di qui le perplessità di Berlusconi sull’idea del Listone. Ma i sondaggi, per il centrodestra, sono confortanti, il che, per altri versi, dovrebbe spingere l’ex premier a giocarsi, per la Camera, la carta del Listone per raggiungere quota 40% dei voti. Ma Berlusconi tentenna, sul Listone, a causa delle controindicazioni e dei rischi prima indicati.

Anche il centrosinistra si troverebbe, per la Camera, nella scomoda condizione di dover conciliare varie anime. Chi sceglierebbe i candidati, con quali criteri? E, poi, chi riuscirebbe ad archiviare gli scontri tra renziani e anti-renziani che hanno segnato gli ultimi due anni?

La questione dei «nominati», ossia dei capilista con l’elezione quasi assicurata, è materia incandescente. Come verrebbero spalmati tra i partiti che si presentassero insieme in un listone? E chi, fra i candidati, farebbe campagna elettorale nei posti in cui è prevista solo l’elezione del capolista? Quasi certamente nessuno, o, tutt’al più, solo chi fosse in grado di spendere montagne cdi quattrini per tentare l’exploit parlamentare.

Ecco perché, per tutte queste ragioni, appare scontato che, nonostante il tentativo di riprendere il filo della discussione, le leggi elettorali di Camera e Senato resteranno quelle determinate dalle sentenze della Consulta; e che i partiti si presenteranno agli elettori ciascuno col proprio simbolo, procrastinando a dopo il voto la scelta dei compagni di strada al governo o all’opposizione.

Del resto, l’atomizzazione è agevolata dalla conflittualità all’interno di tutte le possibili coalizioni. Il centrosinistra è spaccato su Renzi. Il centrodestra è spaccato tra berlusconiani e salviniani. Persino il movimento grillino non è più un monolite.
Per non parlare delle disparità sui problemi chiave. Berlusconi ha riscoperto la Merkel, che per Salvini resta il diavolo. Ma anche nel centrosinistra le divisioni sono profonde, ad esempio su economia e immigrazione.

Oggi, sui programmi, ci sono più identità di vedute tra Berlusconi e Renzi che tra Berlusconi e Salvini o tra Renzi e D’Alema. Di conseguenze, anche le alleanze post-elettorali, in un quadro di regole differenti/contraddittorie e di totale libertà di manovra per tutti, potrebbero dar vita a formule e soluzioni che oggi apparirebbero più sconvolgenti di alcune posizioni del kamasutra.
Giuseppe De Tomaso

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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