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Giovedì 23 Novembre 2017 | 04:47

Quell'amore malato
copiato dagli adulti

Quell'amore malato  copiato dagli adulti

di MICHELE PARTIPILO

Il Corriere della Sera dalla prossima settimana pubblicherà un inserto dedicato alle «Buone notizie». Da molti anni i giornalisti sono accusati di dare troppo spazio alle «cattive» notizie. Anzi, quasi di compiacersi nel raccontare stragi, terremoti, omicidi e stupri.

Un fondo di verità c’è, soprattutto quando si calca la mano su particolari che non aggiungono nulla alla notizia ma che speculano sulla morbosità. Però resta il fatto che, giornalisticamente parlando, non esistono le notizie con gli aggettivi. Esistono le «notizie», cioè il resoconto di fatti che, per le più disparate ragioni, si discostano dalla «normalità». Allora quando si invocano le «buone notizie» non ci si rende conto di fare un’affermazione molto grave.

E cioè che la «normalità» è ormai quella rappresentata dalla «malanotizia». Parafrasando la famosa definizione di Hannah Arendt potremmo dire che dalla «banalità del male» siamo passati alla quotidianità del male. Stupri, omicidi, furti, rapine, attentati e allagamenti sarebbero ordinaria amministrazione a fronte della quale il Bene fa notizia. Ma davvero è così?
I fatti degli ultimi giorni sembrano dare conferma a questa visione. Lo stupro di Firenze, quelli a Roma, l’omicidio di questa povera ragazza di Specchia da parte del «fidanzatino». Ci sentiamo circondati, assaliti da un Male che, attraverso i media, ci piomba addosso. La sensazione è di sentirci noi stessi vittime di quei fatti efferati raccontati senza sosta.

Eppure i numeri descrivono una realtà diversa. Gli ultimi dati del ministero dell’Interno - che hanno avuto la sfortuna mediatica di essere stati diffusi a Ferragosto - dicono che nei primi sette mesi del 2017, i reati denunciati alle forze di polizia sono calati del 12 per cento. Gli omicidi sono scesi del 15 per cento, passando da 245 a 208 e segnando un nuovo record storico: non c’erano mai stati così pochi omicidi dall’unità d’Italia. È sceso, anche se non in maniera sensibile, il numero di femminicidi, così come sono calati rapine e furti. Quasi nessuno ha dato conto di questi risultati. Perché la percezione dei fenomeni è all’opposto, come evidenziato dallo stesso ministro Minniti. «Il nostro compito è avvicinare questi numeri al sentimento dell’opinione pubblica - ha detto - perché le politiche di sicurezza si misurano soprattutto con il sentimento percepito dai cittadini».

Ma la convinzione di vivere in una società violenta e corrotta non è senza conseguenze. Non si tratta soltanto dell’insicurezza che provoca in ciascuno. Ci sono altri effetti. Per esempio quello imitativo. Se si guarda ai femminicidi, per esempio, si nota che seguono una sorta di copione uguale per tutti. Cambiano le età dei protagonisti, i luoghi e in qualche caso le modalità di esecuzione. Ma lo svolgimento dei fatti è sempre identico. Difficile stabilire se alcuni di questi delitti siano frutto di emulazione, ma difficile anche escluderlo.

Prendiamo il caso di Specchia. Ci sono due giovani - lei 16 anni, lui 17 - che si comportano come tanti protagonisti, assai più stagionati, di crisi coniugali finite nel sangue. Lui è descritto come un violento, possessivo, geloso che picchiava la fidanzata. Ma a 17 anni non puoi essere così, se non hai avuto un «modello» cui più o meno consciamente ispirarsi. E anche lei incarna un già visto. Soffre in silenzio, nasconde i lividi e affida il suo tormento a Facebook, diventato il confessore pubblico di tante persone in difficoltà. Nel suo ultimo post odio e amore, desiderio di dolcezza e violenza si mescolano, fino a disegnare un vissuto che apparterrebbe ad adulti con già molta esperienza alle spalle. Comportamenti se non dettati, certo condizionati da quella percezione della realtà in cui la violenza è «normale». Che nella testa delle persone più fragili o meno attrezzate culturalmente o con problemi familiari fa scattare cortocircuiti letali.

Noemi forse è stata uccisa perché si era decisa a interrompere quella dolorosa relazione, fortemente osteggiata dalla sua famiglia. La madre aveva anche trovato il coraggio di andare dai Carabinieri a denunciare quel fidanzato manesco. Ma - dicono i familiari - non era successo nulla, nessun provvedimento cautelare per allontanare il ragazzo. Chi ha raccolto quella denuncia, chi ha esaminato le accuse poteva fare qualcosa in più? Nell’errata percezione della realtà c’è anche la convinzione che debbano sempre essere altri a fare qualcosa. Il concetto di responsabilità è stato cancellato da ogni orizzonte: familiare, politico, educativo, istituzionale. Perché ogni responsabilità implica doveri e noi siamo convinti di vivere in una realtà in cui esistono solo diritti.

È difficile pensare che Noemi e il suo fidanzato-carnefice abbiano avuto la possibilità di riflettere su tutto questo. Per loro è stato un amore sbagliato, finito nel peggiore dei modi. Ma per tutti noi non può essere solo questo. Non possiamo accontentarci della percezione di vivere in un mondo impazzito, fatto solo di malenotizie, per cui alla fine tutto si giustifica.

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