Domenica 24 Giugno 2018 | 03:27

Paolo e Michele
così lontani
ma anche così vicini

Matteo Renzi

di GIUSEPPE DE TOMASO

Se Matteo Renzi introduceva pillole di Viagra nei suoi discorsi alla Fiera del Levante, il suo successore Paolo Gentiloni ieri ha utilizzato diverse compresse di bromuro. La difformità tra l’ex premier e l’attuale inquilino di Palazzo Chigi è sostanzialmente questa, temperamentale. L’uno: Matteo il caldo. L’altro: Paolo il freddo. Nei contenuti, nei programmi di governo non si ravvisano particolari dissonanze tra Renzi e Gentiloni. Basti dire che quest’ultimo non si stanca mai di ripetere che la ripresa in atto, anche in Italia, è figlia delle riforme economiche (in primis il Jobs Act) varate dal suo predecessore.

Ma la politica non è solo una sfida sui contenuti, soprattutto in un Paese, come l’Italia, spesso attento più alla forma che alla sostanza, più ai criteri per le rappresentazioni che alle scelte per le realizzazioni. E qui spunta l’«effetto Gentiloni», vale a dire la capacità del premier in carica di allentare la tensione, di abbassare il volume anche di fronte a un viso sanguigno come il presidente Michele Emiliano. Anzi, lo stesso Gladiatore di Puglia, al cospetto della mitezza dell’interlocutore, si ritrova pure lui, se non nella necessità di cambiare repertorio, di sicuro nella condizione di moderare la tradizionale verve dei suoi appassionati interventi. Non a caso, Emiliano legge il discorso, anziché parlare a braccio, com’è solito fare.

Diciamo la verità. L’idea di Sud che ha Gentiloni è diversa dall’idea che ha Emiliano. Gentiloni pensa, per il Mezzogiorno, a un protagonismo, a una prestazione straordinaria da parte dello Stato centrale. Emiliano punta a un ruolo primario da parte delle Regioni: infatti si è ripromesso di chiedere più poteri per la governance della Regione Puglia. Anche su Tap, Xylella, vaccini, infrastrutture e forse Ilva, i due non suonano la stessa musica.

Ma ciò non impedisce loro di scambiarsi sorrisi e apprezzamenti, fino al punto che Emiliano vede in Gentiloni il capo-coalizione in grado di ipotecare la guida del governo anche dopo il voto del 2018; e Gentiloni mitridatizza il Manifesto tutt’altro che morbido (verso l’esecutivo) letto in Fiera dal Numero Uno della Regione Puglia. Neppure la patata bollente dell’ultima ora, ossia la decisione di Palazzo Chigi di impugnare la legge pugliese sulla partecipazione, ha interrotto il semi-idillio tra Gentiloni ed Emiliano. Probabilmente una manina birichina, all’insaputa del premier, avrà pianificato la tempistica (vigilia dell’inaugurazione della Fiera) dell’annuncio ufficiale del no di Roma alla normativa pugliese. Ma il tentativo di dividere i due, se davvero è stato concepito così, non ha sortito gli effetti sperati.
Emiliano stesso, pur ribadendo l’intenzione di dare battaglia (sulla legge invisa al governo) davanti alla Corte Costituzionale, ha ribadito due volte la disponibilità della Regione a ritrovare un punto d’intesa. E Gentiloni, senza affrontare direttamente il caso, ha risposto auspicando un clima di collaborazione istituzionale. Della serie: non sarà una legge come questa a provocare rotture tra governo centrale e Regione Puglia.
Lo stesso discorso di Emiliano, se fosse stato pronunciato alla presenza di Renzi, avrebbe determinato un altro copione. Forse il presidente pugliese avrebbe caricato i toni. Di sicuro Renzi non avrebbe gettato acqua sul fuoco. Come si è, quasi sempre, verificato in questi anni quando i due duellanti si sono ritrovati davanti alla medesima platea.
È un Paese strano l’Italia. I sondaggi premiano l’attuale titolare di Palazzo Chigi, che batte Renzi nell’indice di gradimento. Renzi, però, è in testa nei sondaggi sul leader ritenuto più adatto a guidare il centrosinistra. Eppure Gentiloni e Renzi non potrebbero, per temperamento, essere così diversi.
Abbozziamo una spiegazione. Gli italiani da sempre soffrono il cosiddetto «complesso del padre». Ogni tanto trapela il loro desiderio di affidarsi a un leader tosto e portato a decidere, piuttosto che a mediare. Decenni di mediazione permanente hanno titillato questa voglia di voltare pagina e di ricorrere a personalità poco allenate ai compromessi. Ma non appena questa figura si fa avanti e comincia a imporsi, scatta la metamorfosi: il «complesso del padre» evolve nel «complesso del tiranno». Con tutte le paure, le polemiche e i veleni del caso.
Di conseguenza: stop a chi viene raffigurato come un aspirante Napoleone, via libera a chi viene dipinto come un seguace dell’insegnamento di Norberto Bobbio (1909-2004) che nel suo libro Elogio della mitezza (1994) aveva definito questa virtù come la più «impolitica» in circolazione, anzi forse oggi il filosofo torinese l’avrebbe definita come la più «impopulistica» mai vista in giro.
L’audience di cui gode Gentiloni deriva proprio dal pendolarismo (complesso del padre-complesso del tiranno) che caratterizza la platea elettorale italiana. E fino a quando prevarranno i timori (in verità infondati, bisogna dirlo) di cui sopra, Renzi dovrà congelare il proposito di riprendersi lo scettro del governo. Anzi dovrà riconoscere che Gentiloni, proprio in virtù della sua mitezza, rimane l’unico renziano che piace agli anti-renziani, una combinazione essenziale per restare al centro della scena.
Ed Emiliano? Emiliano sa che due sono i peccati che possono danneggiare un uomo, specie se costui fa politica: la pigrizia e l’impazienza. La pigrizia non è il suo caso. L’impazienza, forse, anche se la stagione Gentiloni ha mitigato i piani nazionali del presidente pugliese, ora più concentrato sui temi della Regione.
Emiliano sa che ogni politico è e dev’essere lo specchio di una strategia politica. La linea di Emiliano si può sintetizzare così: più poteri, più autonomia alle Regioni del Sud, con un centrosinistra che, al centro e in periferia, guardi anche al movimento grillino.
Sarà il tempo, ma saranno soprattutto gli elettori, a stabilire se la sfida di Emiliano è destinata a prevalere anche sulla strada che porta a Roma. Per ora, il presidente pugliese è una spina nel fianco del governo (specie per i problemi del Sud), ma un esplicito alleato del suo premier.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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