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Martedì 26 Settembre 2017 | 11:01

ANALISI E COMMENTI

Prove generali di autonomia
aspettando il referendum

giornali stampa editoria

di GIUSEPPE DE TOMASO

Vivesse oggi, chissà se Karl Marx (1818-1883) sosterrebbe che la lotta di classe continua a svolgersi per la proprietà dei mezzi di produzione. Probabilmente, il filosofo di Treviri correggerebbe il tiro e collegherebbe la lotta di classe al controllo della spesa pubblica. Di fatto, una lotta di tutti contro tutti per mettere le mani sui quattrini dei contribuenti, allungando a dismisura i tentacoli dello Stato e di enti pubblici su ogni vagito dell’economia.

In fondo, la questione dei referendum consultivi promossi dalle Regioni Veneto e Lombardia per una maggiore autonomia nasconde questo retropensiero: trattenere più soldi sul territorio, non già per ridurre le tasse a veneti e lombardi, ma per fare più spesa pubblica in loco.

Lo Stato, sia se diretto da coalizioni di destra, di centro e di sinistra, tende sempre a moltiplicare i propri compiti, spinto anche da una burocrazia mai sazia di nuove funzioni o ulteriori poteri. Ma anche le Regioni si danno assai da fare in tal senso. Le loro performance, dal 1970 in poi, si sono rivelate più imbarazzanti della prova dei calciatori azzurri contro la Spagna, e dei piloti della Ferrari a Monza. Tanto è vero che più di uno studioso del meridionalismo attribuisce proprio alla scarsa efficienza delle Regioni il riallargamento del divario tra Nord e Sud, dopo un incoraggiante periodo di restringimento, negli anni Sessanta.

La Regione che ha più autonomia, in Italia, è la Sicilia. Ma i modesti risultati del federalismo siciliano sono sotto gli occhi di tutti. L’intelligencjia isolana attribuisce proprio al «fattore autonomia» l’origine dei problemi più gravi della Trinacria. Ciò nonostante, nessuno mette in discussione i poteri della Regione Sicilia, il cui presidente ha funzioni straordinarie e conta come un capo di Stato o di governo.

Dopo l’offensiva sui due referendum autonomistici (in programma in Veneto e Lombardia il prossimo 22 ottobre), la controversia sui vaccini ha provveduto a riproporre con forza il problema della definizione dei poteri tra Stato e Regioni, tema affrontato dalla consultazione popolare del 4 dicembre scorso, bocciata dagli elettori. Com’è noto, il governo è pronto a impugnare il decreto della Regione Veneto che sospende fino al 2019 l’obbligo della vaccinazione per i bambini iscritti all’asilo nido e alla scuola materna. Si tratterebbe del 70mo conflitto Stato-Regioni nel 2017, a conferma di una guerriglia istituzionale permanente, già prevista da quanti, nel 2001, si opposero alla riforma del Titolo Quinto della Costituzione, che introduceva una selva di materie concorrenti tra Stato e Regioni. Non ci volevano le doti di una chiromante per immaginare l’ininterrotta esplosione di contenziosi giudiziari che quella riforma costituzionale avrebbe provocato. Anche l’anima più semplice, più lontana dalla comprensione dei meccanismi reconditi della politica, avrebbe saputo pronosticare le conseguenze che puntualmente si sono verificate.

Oggi, peraltro, i conflitti tra Stato e Regioni, ma non soltanto fra loro, sono sobillati da un’altra diffusa tendenza, sconosciuta fino a pochi anni addietro: la tentazione di dare dignità e leadership politiche a temi inizialmente non presidiati da élites accreditate.
Ci viene in soccorso l’esempio Veneto. Il presidente Zaia dice di essere a favore dei vaccini e di possedere, in proposito, una mole di informazioni che mette a disposizione delle stesse scuole, che ignorerebbero i dati sulle immunizzazioni. Allora, per quale ragione fa il Pierino distinguendosi persino dal collega lombardo Roberto Maroni, leghista pure lui, che viceversa, però, ha sotterrato l’ascia di guerra nei confronti del governo centrale? Facile. Zaia vuole produrre e rafforzare una leadership su un problema specifico, in questo caso quello delle vaccinazioni (prorogate), generato da lui stesso. Un’operazione dal sicuro tornaconto mediatico, che dovrebbe, nelle intenzioni dell’autore, alimentare un più ingente raccolto elettorale.

Ma uno Stato non può resistere a lungo alle insidie e ai conati secessionistici di questa o quella Regione. Anche lo strappo di Zaia sui vaccini è una mezza secessione. Per non dire dei rischi dei prossimi referendum autonomistici, che dovrebbero svegliare l’assopita classe politica del Mezzogiorno e che invece potrebbero eccitare spinte separatistiche pure in altre aree del Nord.

In soldoni. Costituzione alla mano, Veneto e Lombardia vogliono più funzioni. Cioè: vogliono più soldi da spendere direttamente a casa loro. Ripercussioni: se così fosse, il Meridione si ritroverebbe con meno quattrini in tasca. Che si fa? Come intende rispondere il ceto dirigente del Sud al referendum lombardo-veneto che, colà, potrebbe essere legittimato da una plebiscitaria valanga di sì.

Si nota un inspiegabile distacco al riguardo. Anzi no. Il distacco è facilmente spiegabile. Tra pochi mesi si vota per le politiche, e forse non è il caso di prendere tra le mani materiale infiammabile. Potrebbe risultare controproducente.
detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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