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Martedì 26 Settembre 2017 | 12:50

L'editoriale

Verso il modello «Grande Fratello»
per selezione la classe dirigente

Verso il modello «Grande Fratello»per selezione la classe dirigente

Le lezioni delle elezioni americane non finiscono mai. La prima: non esiste un sistema elettorale perfetto. Se, ad esempio, si fosse votato con le regole delle presidenziali francesi, Hillary Clinton avrebbe soffiato la Casa Bianca a Donald Trump. La candidata democratica, infatti, ha ricevuto 200mila voti in più dell’avversario repubblicano. Ma i suoi voti erano concentrati in singoli Stati (quelli con il Pil più robusto), non spalmati sull’intero territorio della Confederazione. Il che è costato a Hillary un bel numero, decisivo, di delegati (in meno). Ecco. Se, di fronte agli stessi risultati delle urne, si fosse votato con un altro modello elettorale, oggi staremmo a raccontare un’altra storia. Che la signora Clinton aveva capito tutto. Che aveva fatto bene a puntare sugli Stati più innovativi ed evoluti. Che il suo rivale era figlio di un’America rurale e sorpassata. Che in politica l’affidabilità conta. Che il cognome del marito rappresentava una garanzia, un brand di successo come Armani o Vuitton. Insomma, con gli stessi voti, ma con regole del gioco diverse, il dopo-elezioni avrebbe preso un’altra piega, del tutto diversa da quella segnata dalla vittoria di Trump. Morale. I meccanismi elettorali non si limitano a fotografare l’esistente, il più delle volte possono cambiare o ribaltare un risultato.

Non è la prima volta, in America, che chi arriva primo nell’urna arriva secondo (cioè ultimo) nella ripartizione dei delegati. Accadde, per non andare troppo lontano nel tempo, anche nelle presidenziali 2000, che incoronarono George Bush figlio, pur avendo il vincitore racimolato assai meno dell’antagonista Al Gore.
Forse gli americani dovrebbero ripensarci, anche se la natura federale del loro sistema politico frenerebbe qualsiasi ritocco alle regole del voto. Forse dovrebbero rifletterci anche i politici italiani, che sulle norme elettorali sarebbero disposti a immolarsi come kamikaze pur di non cedere di una virgola su un articolo, in teoria, ma solo in teoria, decisivo per la propria rielezione.

continua dalla prima
La verità è che i sistemi elettorali, non solo cambiano la domanda e l’offerta nel mercato dei voti, ma possono sfornare vincitori e vinti diversi, pur in presenza di un identico responso numerico elettorale.
La seconda lezione delle elezioni Usa tocca il processo di selezione della classe dirigente, che ormai non si differenzia in nulla dal casting per la scelta dei concorrenti al Grande Fratello o per l’individuazione dell’allenatore dell’Inter. Prerequisito fondamentale: la telegenicità. Requisito indispensabile: la simpatia. Corollario essenziale: la superficialità.
Trump non aveva ancora la certezza di aver superato la fatidica cifra dei 270 delegati (soglia magica per entrare alla Casa Bianca) che sui social e nei salotti tv americani era già partita la corsa per le presidenziali 2020. In prima fila, fra i democratici, il nome di una figura telegenica e simpatica: Michelle Obama. un’altra moglie, un altro cognome importante, segno che l’insuccesso di Hillary, consorte di un ex presidente, è stato assorbito in fretta, e che la sua sconfitta non è stata minimamente collegata al cognome dell’ingombrante marito. A quanto pare, dopo le stagioni dei Clinton e dei Bush, l’elemento dinastico non costituisce più - in una confederazione di Stati indipendenti nata contro i regimi monarchici europei -, una remora fastidiosa.
Ora. Nulla di personale contro first lady (ancora in carica) Michelle che, negli otto anni trascorsi alla Casa Bianca accanto al marito, si è sempre giustamente mantenuta a debita distanza dalle vicende politiche della nazione. Ma come si fa a programmare il futuro di un partito politico e di una nazione, investendo esclusivamente sulla popolarità dei possibili candidati? Non a caso un altro nome gettonato è quello di George Clooney. E perché no Julia Roberts? Aspettiamo fiduciosi.
Michelle Obama sarà pure brava e capace, ma queste virtù, oggi, non vengono neppure evocate nelle preselezioni per la partita presidenziale del 2020. Anzi, si ha l’impressione che bravura e capacità siano controproducenti e che vadano nascoste come si nasconde la Nutella quando chi sta a dieta viene tradito dalle tracce di cioccolato sul viso.
Il reality show, tipo Grande Fratello, esportato in politica non sta cambiando (in peggio) solo l’America, ma anche il resto del mondo. Pensiamo alla storia italiana. Giuseppe Mazzini (1805-1872) era ossessionato dal problema della «classe governante» e delle «guide» (termine in lui più ricorrente) da dare alla nazione. Ovviamente solo i «migliori» e i «più capaci» avrebbero potuto partecipare, diciamo così, al concorso. Mazzini paventava anche il pericolo delle «caste» (altro termine da lui utilizzato spesso) che avrebbero potuto imporre una prospettiva autoritaria alla società.
Sì, ma dove trovare, dove formare le «guide» mazziniane a di sopra di ogni sospetto? Per Gaetano Salvemini (1873-1957) non ci sono dubbi: la scuola. La scuola avrebbe dovuto formare la nuova aristocrazia, termine da lui preferito rispetto a élite, cara a Vilfredo Pareto (1848-1923).
Ma la scuola di oggi è quella che è. Quanto alle élite di Pareto o all’aristocrazia di Salvemini, le classi sociali che oggi potrebbero fregiarsi dei due appellativi sono troppo contigue al Potere (incarichi, consulenze, prebende eccetera), e alle varie nomenklature, per poter svolgere una funzione critica, di impegno civile, ma soprattutto per alimentare il vivaio di intelligenze destinate a trasformarsi in guide di stampo mazziniano.
Oggi, e purtroppo l’America di Trump, ne costituisce una conferma, è in atto una selezione al contrario: si va alla ricerca del modesto, del frivolo, quasi che l’attività di governo stia alla vita di ciascuno di noi come una puntata del Grande Fratello sta alla platea dei telespettatori.
Conclusione. Dalle elezioni-lezioni americane non ci arriva nulla di confortante. Anche sul sistema elettorale. Fino a quando la scuola si vergognerà di essere severa e la società civile sarà al servizio della società politica, la selezione della classe dirigente avverrà sempre in senso peggiorativo. Altro che modelli elettorali a confronto o in competizione tra loro. La vera regola sarà il casting, come si vuole già fare con la signora Obama. O con il cinedivo Clooney.
Giuseppe De Tomaso
detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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