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Lunedì 20 Novembre 2017 | 01:14

editoriale

I tre partiti (Nazione, Regione e Comuni) del Belpaese

Tre modelli contrapposti? «Più che al Partito democratico, da oggi apparterrò al Partito dei Sindaci». Così si è espresso Antonio Decaro, tre giorni fa, davanti alla platea dei colleghi che lo hanno portato alla guida dell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani). Un proposito ineccepibile. Le cariche istituzionali, o para-istituzionali, richiedono neutralità e imparzialità. Il presidente dell’Anci deve rappresentare tutti i sindaci, compresi quelli eletti sotto altri colori politici. Di conseguenza, soprattutto nei rapporti con un governo amico, il leader dei sindaci non può rischiare di recitare la parte del Signorsì, pena l’appiattimento del suo ruolo e lo svilimento della sua funzione istituzionale.

Michele Emiliano non ha ottenuto da nessuno l’incarico di presidente del Partito delle Regioni. Non poteva ricevere nulla in tal senso non foss’altro perché questa cadrega non esiste. Ma il presidente pugliese da tempo si muove come se questa carica esistesse o come se ci fossero le condizioni per crearla. Emiliano si è di fatto autonominato avvocato difensore delle Regioni italiche, e non disdegna, anche, di (ri)assumere il ruolo del pubblico ministero, stavolta contro lo Stato centrale smanioso di ridurre i poteri delle Regioni a statuto ordinario.
Matteo Renzi viene sospettato, un giorno sì e l’altro pure, di voler rottamare il Pd per trasformarlo nel cosiddetto Partito della Nazione che, per rendere l’idea, altro non sarebbe che la riedizione, sotto nuove sembianze, della mitica Democrazia Cristiana della Prima Repubblica. Non sappiamo se davvero il premier abbia in testa la resurrezione della Balena Bianca, o qualcosa di simile. Gli esercizi, le esercitazioni e le elucubrazioni sul Partito della Nazione sono più numerosi dei disegni di Leonardo da Vinci (1452-1519).

Il Partito della Nazione, cui si fa riferimento in questo articolo, non va invece confuso con il presunto ed eventuale progetto di dar vita a una nuova vettura politica a trazione centrista. Il Partito della Nazione che evochiamo qui, richiama invece un preciso modello costituzionale, quello disegnato nella riforma che sarà sottoposta a referendum il prossimo 4 dicembre.
Ricapitoliamo dunque. Renzi, Emiliano e Decaro sono, forse loro malgrado, i testimonial di tre modelli diversi e, spesso, contrapposti (specie tra Stato e Regioni). Renzi guida il Partito della Nazione, Emiliano fa il leader del Partito delle Regioni, e Decaro fa il capitano del Partito dei Comuni. Decaro già lo sa. Dovrà fungere da ufficiale di collegamento tra gli altri due. Ma, indipendentemente dalle spigolosità caratteriali dei protagonisti, sarà l’esito del referendum a fare chiarezza e a stabilire le gerarchie tra i modelli a confronto. Se prevarrà il Sì, lo Stato centrale recupererà quei superpoteri concessi alle Regioni con la riforma del Titolo Quinto della Costituzione (2001), riforma varata dal governo Amato per giocare d’anticipo contro l’offensiva leghista, scatenata in nome del federalismo e dell’autonomia territoriale. Se prevarrà il No, rimarrà tutto così com’è, con i contenziosi infiniti che allungano i tempi delle decisioni. Oddio, la riforma Boschi presenta anch’essa parecchi punti oscuri e passaggi ambigui, destinati ugualmente a dare lavoro ai giudici della Corte Costituzionale e agli amministrativisti. Ma sul tema Stato-Regioni, il messaggio è chiaro: in caso di divergenza tra Stato e Regioni su materie fondamentali come energia e turismo, l’ultima parola tocca a Roma. Uno Stato efficiente non può crescere e andare avanti con 20 differenti politiche energetiche o con 20 opposte linee-guida in materia turistica. Serve, come il pane, il mastice unitario.

Ma la formazione di tre eterogenei e trasversali Partiti (Nazione, Regioni e Comuni), che nulla hanno a che fare con la tradizionale divisione tra destra, centro e sinistra, non è figlia solo della circostanza referendaria, che ha scombussolato vecchi schemi e avviato nuovi giochi. Deriva, anche o soprattutto, dalla disarticolazione in atto all’interno di ogni partito-partito (fatta eccezione per i grillini, sottoposti a una più rigida disciplina). Dal Pd a Forza Italia, fino ai gruppi minori: oggi il bandolo della matassa è più introvabile di un ago nel pagliaio. Di qui il sempre più marcato protagonismo, ai vari livelli, del premier (Partito della Nazione), del presidente pugliese (Partito delle Regioni), del presidente dell’Anci (Partito dei Comuni).
I tre Partiti dovranno ora contendersi la suddivisione della spesa pubblica, ossia la distribuzione della torta. Un fatto inedito rispetto alle lunghe maratone dei decenni addietro, specie alla vigilia delle manovre finanziarie: a quei tempi un vicesegretario di partito contava a volte, nella destinazione delle somme, più di un ministro economico. Oggi la politica è più debole rispetto agli altri livelli istituzionali ed extraistituzionali.

Ma siamo sicuri che una cascata di quattrini per tutti, specie nel Sud, sia la soluzione salvifica? E se il denaro elargito a pioggia peggiorasse la situazione, com’è accaduto negli ultimi decenni? E se cioè, specie al Sud, il denaro suddiviso senza criterio fosse il problema numero uno, come si verificò a partire dal post-terremoto in Irpinia (1980)? E se cioè il denaro destinato all’assistenza prosciugasse le risorse per le infrastrutture, oltre a inquinare il serbatoio morale dei cittadini?
La politica non può ridursi a esclusiva resa dei conti sulla gestione della spesa pubblica. Ma anche il confronto-scontro fra i tre Partiti, di cui sopra, s’annuncia come una battaglia all’ultimo centesimo. Senza calcolare le perdite sul campo per un Paese che, a causa di veti incredibili, non realizza più grandi opere pubbliche e che sa solo regalare agli altri i suoi giovani migliori. Capitale economico (privato) e capitale umano non si fermano al Sud. Il vero tema da affrontare per i tre nuovi Partiti che si dividono, e si contendono, il Paese.
Giuseppe De Tomaso
detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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