Venerdì 22 Giugno 2018 | 01:15

Internet e i nuovi «cretini»

La Rete e la prevalenza dei «webeti»

Una discarica a Rete aperta, senza filtri. Capaci e incapaci contano alla stessa maniera. Riflessivi e impulsivi sono la stessa cosa. E così si scelgono le classi dirigenti

La Rete e la prevalanza dei «webeti»

Mark Zuckerberg, 32 anni, al quinto posto nell’hit parade dei paperoni planetari, fondatore del social network più affermato del globo, ha escluso che la sua creatura (Facebook) rovini i rapporti umani, tutt’al più - a suo parere - avvicina le persone. Può darsi che abbia ragione. Anche se - come avrebbero detto gli antichi romani - excusatio non petita, accusatio manifesta (chi si scusa, si accusa). Non dovrebbe essere dell’opinione di Zuckerberg il capo della Chiesa cattolica che nell’enciclica Laudato Si’ aveva manifestato più di una perplessità («insoddisfazione malinconica») sul boom dei social. Chissà cosa avrà detto papa Francesco all’inventore di Facebook nel faccia a faccia di lunedì scorso in Vaticano.


Saremmo curiosi di saperlo. Il problema non è Facebook. E neppure Twitter o gli altri nuovi social spuntati negli ultimi anni. Il problema è l’uso che se ne fa.
Pier Paolo Pasolini (1922-1975) definiva reazionaria la televisione perché metteva il telespettatore in una condizione di passività e inferiorità rispetto al medium-messaggio. La Rete dovrebbe costituire, invece, una risposta democratica, addirittura rivoluzionaria, all’egemonia, alla dittatura televisiva, dal momento che il Web consente a chiunque di fare opinione e informazione.

Ma - ecco il punto - ci dev’essere qualcosa di anomalo negli strumenti internettiani se, giorno dopo giorno, ogni evento di portata storica esalta vieppiù la prevalenza dei cretini, l’offensiva della peggiocrazia, tanto che un giornalista brillante come Enrico Mentana ha efficacemente brevettato un neologismo già onusto di gloria: webeti. Dedicato, ovviamente, ai più dozzinali frequentatori del Web.

La Rete non ha filtri. Chiunque può dire la sua senza vincoli e complessi. Chiunque può dare sfogo alle proprie frustrazioni. Chiunque può pensare di duettare con un luminare di una disciplina, nella convinzione di collezionare più «mi piace» del rinomato interlocutore. Una piramide alla rovescia, la cui punta più alta (si fa per dire) si è raggiunta in occasione del terremoto di Amatrice. Accuse. Controaccuse. Sciocchezze. Banalità. Una discarica a Rete a aperta, com’è nella tipologia del fiume internettiano che rischia sempre di esondare come il Nilo dopo la stagione delle piogge.
Ora. Fino a quando il tempo sottratto alla tv, e alla lettura, viene destinato alla comunicazione amicale sull’universo mondo e sulle questioni personali spiattellate in retevisione, pazienza. Ogni epoca ha i suoi mezzi di apprendimento e ciascuno ha il diritto di vivere come meglio crede, e di accontentarsi come meglio ritiene. Pazienza se oggi si legge sempre meno e se quella invasione dei «barbari tecnologici» prevista e temuta dal filosofo spagnolo Ortega y Gasset (1883-1955), ha ormai raggiunto l’obiettivo - si sarebbe detto nel recente passato - dell’omologazione delle masse. Ad impossibilia nemo tenetur (nessuno è tenuto a fare cose impossibili), ricordava l’imperatore bizantino Giustiniano (482-520).

Ma la questione non è, per così dire, solo di natura antropologica, massmediologica o psicologica. La questione del primato di Internet nella costruzione del senso comune (che non va confuso col buon senso, ma col consenso sì) diventa sempre di più di natura politica. È la Rete che detta la linea. È la Rete che forgia l’opinione pubblica. E siccome la Rete tutto è tranne che uno strumento di selezione, di separazione del buono dal cattivo, del giusto dall’ingiusto, del bello dal brutto, è naturale attendersi la definitiva vittoria del relativismo cognitivo su ogni aspetto della vita umana. A differenza del passato, sulla Rete non ci sono Maestri cui ispirarsi, né eccellenze cui tendere. Scienziati e sfaccendati per me pari sono. Capaci e incapaci contano alla stessa maniera. Riflessivi e impulsivi sono la stessa cosa.

Scegliere con queste premesse le nuove classi dirigenti mette i brividi più di un tuffo dalla scogliera di Polignano. Quasi presagendo una deriva populistica assecondata dai futuri aggeggi tecnologici, i padri della Costituzione italiana avevano escluso la materia fiscale e i trattati internazionali dal pacchetto di materie suscettibili di correzioni referendarie. Ma nonostante questo altolà e nonostante il rispetto che in molti tributano alla legge fondamentale dello Stato otaliano, si rafforza continuamente la tentazione di abbattere i paletti costituzionali per affidare al popolo del Web l’ultima parola su temi che richiedono una conoscenza specifica, dettagliata. Epperò il Web è emotività, non razionalità. I social poi costituiscono la sublimazione dell’istintività. Il che non è privo di conseguenze «politiche». È sufficiente che un signore bravo nel manipolare la psicologia della folla si presenti sulla piazza internettiana, e faccia proseliti, per rimettere in discussione il principio stesso di democrazia.

Non è facile trovare un rimedio ai contraccolpi involontari e indiretti generati dalla Rete e, in modo particolare, dai social. Servirebbe una presa di coscienza sui rischi che provoca il Web con il suo todos caballeros. Ma chi dovrebbe rendersi conto di questa pericolosa involuzione politico-culturale se a dettare legge sono proprio gli strumenti (ossia la Rete) che condizionano o decidono le azioni umane di tutti i giorni?

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