Venerdì 22 Giugno 2018 | 15:27

l'editoriale

La nuova razza predona che saccheggia la stampa

rassegna stampa

Le rassegne stampa in tv durano più di Via col vento. Cominciano a sera inoltrata e finiscono a mezzogiorno del giono dopo. I social network saccheggiano i giornali che manco i barbari e i Barberini nella Capitale di secoli addietro. I vari siti di informazione si nutrono di articoli sottratti ai quotidiani e messi in bella mostra nella loro home page. Alcuni pirati del web si sostituiscono alle tradizionali edicole cittadine per piazzare gratis in digitale l’intera offerta delle copie cartacee nazionali.

Contro il cosiddetto Quarto Potere è in corso un assedio, anzi un assalto, di proporzioni omeriche. Anche la politica dà il suo bravo (sic) contributo all’offensiva: togliendo pubblicità legale ai giornali, non legiferando sui tetti alle promozioni commerciali in tv, non mettendo ordine nel Far West internettiano. Sembra, quasi, che vada di moda, in Italia, colpire la stupefacente invenzione di Johannes Gutenberg (1394-1468). La stampa, ricordiamolo, ha unito il Belpaese sul piano linguistico, sociale e istituzionale, più di quanto abbiano fatto Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861) e Giuseppe Garibaldi (1807-1882). Quale strumento, se non il giornale, poteva fondare e fondere una nazione divisa da mille dialetti e frastornata da migliaia di campanilismi?


Solo a cose fatte è intervenuta la televisione, a suggellare la koinè della lingua scritta e orale (un nome su tutti: Mike Bongiorno, 1924-2009, con Lascia e raddoppia). Ma il grosso lo aveva realizzato la stampa, decisiva anche nella lotta all’analfabetismo. La stessa televisione, infatti, aveva imparato a esprimersi attraverso il linguaggio popolare e accessibile forgiato dai giornali. In breve: la stampa italiana ha completato, nel Novecento, l’opera di ricucitura linguistica nazionale avviata nell’Ottocento da Alessandro Manzoni (1785-1873) con i Promessi Sposi.

Ma veniamo a oggi. Non si contano gli uccelli del cattivo augurio che scommettono sull’eutanasia dei quotidiani così come solo pochi anni fa scommettevano sul petrolio a duecento euro e sull’esaurimento delle scorte. Solitamente, questo tipo di meteorologia è più inattendibile di chi fa previsioni solo perché ha aperto una finestra o ha consultato l’oroscopo. Ergo, non è il caso di arrendersi a catastrofismi o ad attacchi di panico.

Anche perché, tutti coloro che congiurano contro la funzione dei giornali, non si capisce cosa farebbero in caso di chiusura definitiva del settore. I politici tendenzialmente preferiscono la tv, perché assicurerebbe, o assicura, maggiore visibilità. Ma le varie nomenklature politiche ignorano, o fanno finta di ignorare, che il palinsesto delle tv viene determinato, in larga parte, da un altro palinsesto mattutino: la gerarchia di notizie e di inchieste proposte sulle pagine appena giunte in edicola.

Senza i giornali, anche la politica in tv sarebbe un’altra cosa. Cosa? Di sicuro avrebbe meno spazio. Non solo perché molte trasmissioni scopiazzano idee, articoli, inchieste dei quotidiani, e senza gli spunti dei giornali sarebbe più difficile dare contenuti ai format del video. Ma perché, verrebbe da osservare con malcelata perfidia, gli stessi giornalisti della stampa scritta affollano gli studi televisivi collaborando indirettamente alla fattura delle trasmissioni. Qualora si fermassero le rotative, chiuderebbero o soffrirebbero pure alcuni noti ritrovi sul teleschermo.

Ci sono canali tv che resistono solo grazie ai giornali: leggendo e commentando in studio i pezzi più succulenti, approfondendo e svaligiando il meglio della pubblicistica di giornata. Che fine farebbero, i telesalotti, se le redazioni cartacee fossero costrette alla resa? Risposta: arriverebbero in soccorso le notizie dei siti di proprietà delle medesime storiche testate. Sì, ma non sarebbe uno scambio indifferente e indolore, perché come insegnava il grande sociologo canadese Marshall McLuhan (1911-1990) il medium è il messaggio, e se il medium cambia, il primo a cambiare è proprio il messaggio.

Anche Internet, che pure sembra viaggiare a vele spiegate, accuserebbe il colpo da un eventuale naufragio della flotta cartacea. Internet non è l’inferno dell’informazione e della formazione, ma non è nemmeno il paradiso virtuale che pretende di essere. Intanto, la Rete costituisce il tosaerba di intelligenze più spietato in circolazione, la piallatrice più implacabile di valori e competenze. Su Internet regna una sorta di par condicio naturale, di egualitarismo sistemico, per cui il parere di un luminare conta quanto quello di un faccendiere, il giudizio ponderato vale quanto la sortita irrazionale. E ancora. Senza l’apporto dei giornali alle antologie del web, il prodotto internettiano risulterebbe ancora più modesto e indigesto. Infatti, oggi, Internet costituisce, forse più della stessa televisione, il principale mezzo di svuotamento, di prosciugamento, del mare magnum cartaceo. Si sprecano i siti che, svaligiandoli, campano sui tanto vituperati fogli di carta.

Ultimi, in ordine d’arrivo, i pirati. Pirati invisibili e inafferrabili che regalano l’intera produzione giornalistica quotidiana attraverso sistemi e strutture ad hoc. Poi il passaparola di password e account fa il resto, beffando il lavoro di giornalisti e poligrafici.
Il paradosso rasenta il sublime: aumenta il numero dei lettori, dichiarati e clandestini, dei giornali cartacei, ma diminuiscono i compratori, le vendite nelle edicole di ogni città. Il mitico banchiere Enrico Cuccia (1908-2000) direbbe, parafrasando la sua celebrata teoria secondo cui le quote azionarie si pesano e non si contano, che l’importante è influire, fare opinione, fare informazione e formazione più e meglio degli altri, a prescindere dagli acquirenti ufficiali. Ok. È una spiegazione consolatoria. Ma fino a un certo punto. Primum vivere deinde philosophari (la traduzione è superflua).

Ci sia consentito. Resta inspiegabile e inaccettabile l’accanimento politico, legislativo e «mediatico» verso l’unico strumento della comunicazione in grado di aiutare, incalzare e migliorare tutti gli altri. Ma forse è solo il segno dei tempi.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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