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Mercoledì 20 Settembre 2017 | 09:31

Il primo Natale con le chiese presidiate come fortini

di Michele Partipilo
Il primo Natale con le chiese presidiate come fortini
di MICHELE PARTIPILO
 
Domani sarà ancora una volta Natale. Un po’ diverso dagli altri perché quest’anno sembra senza poesia. Colpa del clima, che è d’inizio autunno piuttosto che d’inverno freddo e nevoso. O forse dell’ansia di trasformare la festa in una gigantesca spesa: per i regali, per i viaggi, per i cenoni, per ciò che non si è potuto avere nel resto dell’anno. Eppure, quanto è accaduto poco più d’un mese fa a Parigi dovrebbe farci riflettere su che cos’è davvero Natale.

Non su ciò che dicono preti e teologi, ma su che cos’è per ciascuno di noi: il ricordo di un’infanzia ormai perduta? Il profumo di limone, mandorle e cannella che riempiva le case? Il pranzo che riunisce le famiglie? Forse tutte queste cose insieme. Ma qual è il collante che le lega? Dovrebbe essere quello che abbiamo dentro, ciò che ci è stato trasmesso dai genitori e ciò che pensiamo di dare ai nostri figli. Ed è tutto questo che il 13 novembre è stato messo in discussione. Lo si capisce dalle tracce rimaste in molte città. 
 
Dà angoscia passare davanti a una chiesa e vederla presidiata da soldati in assetto di guerra. I luoghi della fede in cui si predica l’amore difesi come fortini contro l’odio degli estremisti. E provoca smarrimento mettersi in fila in attesa di passare sotto il metal detector per entrare a pregare o soltanto ad ammirare i capolavori d’arte. Dov’è finita la mia libertà se per recitare un Padre Nostro devo essere controllato come se dovessi andare in aereo a New York? E se per i tanti di fede lieve, quelli  che in chiesa ci entrano solo per matrimoni e funerali, non è  un grosso problema, resta l’offesa alla libertà di chi nella messa quotidiana o nella recita del rosario trova conforto e ragioni per sopportare i patimenti quotidiani. Le chiese blindate come nei tempi di guerra, come a Beirut, a Sarajevo o a Gerusalemme. È forse anche quest’idea del Natale in armi che ci ha tolto il gusto di una festa che per essere vissuta richiede innocenza e capacità di gioire davanti a un Bambino.
 
Non possono bastare i surrogati a dare la gioia. Come per esempio le iniziative ormai d’obbligo  in tutte le città. Per carità, vanno benissimo per abbellire quartieri sempre più grigi e invivibili, ma mercatini, elfi, case di Babbo Natale e slitte trainate da renne sofferenti possono essere solo una suggestiva cornice. Il quadro  è altrove. 
 
Natale è la festa religiosa che più spariglia, perché c’è o c’è stata nella vita di tutti. È difficile da rinnegare, da dimenticare o da ignorare. E tutti, un giorno più o meno lontano siamo venuti alla vita, allo stesso modo di quel Bambino. Martedì scorso  la Corte di Cassazione in una complessa sentenza ha stabilito che non può esistere un diritto a non nascere. Un’affermazione forte in una società in cui ogni aspirazione si trasforma in diritto. 
 
 Allora bisogna dare delle risposte, cercando di sfuggire alla logica caramellosa del buonismo per tutti, per cui in questi giorni si regala qualcosa ai poveri o si passa per qualche minuto dalla mensa della Caritas. Natale non è neppure la moda tutta turistica dei presepi viventi che non fanno vivere un bel nulla se non  il giro degli affari richiamando masse di turisti. 
Quest’anno è anche un Natale del Giubileo. Al pari del proliferare delle rappresentazioni nelle grotte sono fiorite le porte sante. Non sono più solo in poche basiliche romane, ma sono ovunque, anche nelle carceri, negli ospedali e nei dormitori. Una bella comodità, dirà qualcuno e si schiererà con i tanti per i quali un viaggio a Roma è impossibile. È vero. Ma è anche vero che una fede un po’ troppo prêt-à-porter fa venir meno le sue stesse ragioni. C’è un tempo dell’attesa e del desiderio che è ormai scomparso dall’orizzonte comune. Non solo per la religione.

Ci sono le quarantenni che sentono il bisogno di essere mamma e vogliono un figlio: presto, bello e buono. Come se fosse un gelato d’estate. Ci sono gli studenti che sfogliano le pagine d’un libro e ritengono d’aver studiato e capito ogni cosa. Ci sono i politici che vogliono bruciare le tappe e per questo soprassiedono su qualche norma del codice penale. È la fretta imposta dalla tecnologia che insegue sempre il segno più: più veloci, più messaggi, più connessioni, più soldi. Più soli. È incredibile quanto oggi - tempo felicemente ricco per comunicare - sia diffusa e profonda la solitudine. Altro che le domeniche assolate cantate da Celentano in «Azzurro». Oggi si è soli anche quando si è in venti in pizzeria. 
 
Forse è per tutte queste ragioni che Natale quest’anno è un po’ più freddo. A dispetto del clima e di ogni festa di piazza.

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