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Sabato 18 Novembre 2017 | 05:50

Scalata del grillo nell’Italia senza fiato

di Giuseppe De Tomaso
Scalata del grillo nell’Italia senza fiato

di GIUSEPPE DE TOMASO
Che sia il momento dei Cinque Stelle non ci piove. Persino a Montecitorio, ossia nel simbolo del Palazzo, il candidato «grillino» - ci riferiamo al professor Modugno, eletto mercoledì sera giudice costituzionale - ha ottenuto più voti degli altri due nomi (il «centrista» Giulio Prosperetti e il «renziano» Augusto Barbera) che formavano la terna. Segno che - nonostante il flop, previsto, della sfiducia alla Boschi, l’effetto dell’attore genovese, lungi dal ridimensionarsi, sta correndo molto più delle mini-percentuali di crescita del Pil. Certo, le previsioni - in politica come nel pallone - sono fatte per essere smentite. Ma non occorrono speciali doti divinatorie per azzardare che se oggi si andasse al voto il Movimento Cinque Stelle potrebbe competere per il primato nell’urna.

Matteo Renzi ha legato la sua sfida nuovista alla ripresa dell’economia. Ripresa che stenta a materializzarsi e che rischia di perdersi in quella «stagnazione secolare» paventata dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Non solo. L’imprinting del Rottamatore, che tanto ha giovato alle fortune del premier-segretario, oggi non è più utilizzabile, sia perché la vita politica macina slogan e persone alla velocità della luce sia perché la crisi economica contribuisce ad accendere più fari su tutte le vicende opache o controverse che coinvolgono le classi dirigenti. Per intenderci. Il caso del mancato rimborso delle obbligazioni, sottoscritte da migliaia di clienti delle quattro banche salvate dal governo, ha oscurato mediaticamente lo stesso intervento di Palazzo Chigi per evitare il fallimento degli istituti di credito nella bufera. Il suicidio del pensionato, poi, si è rivelato per lo stato maggiore renziano più doloroso degli schiaffi all’Italia da parte degli eurocrati di Bruxelles o dei banchieri di Francoforte.
 

Non sappiamo se la mossa del cavallo decisa da Renzi a favore dei pentastellati per sbloccare lo stallo delle nomine alla Consulta sia destinata a restare un’eccezione o se, invece, possa rappresentare l’avvio di un nuovo corso, meno conflittuale, verso il movimento grillino. Il presidente del Consiglio ha i riflessi di un pilota di Formula Uno. Se sceglie di cambiare traiettoria, non convoca una conferenza stampa né promuove un convegno di studio. Lo fa. Punto. Come sa lo stesso Silvio Berlusconi, spiazzato come un bamba - quasi un anno addietro - nel corso delle votazioni parlamentari per l’investitura del nuovo Capo dello Stato.

E poi. Quando un leader in carica intende frenare l’avanzata di un outsider , che ha fondato il suo patrimonio elettorale sulla lotta senza esitazioni al Sistema, la sua strada è obbligata: dimostrare che anche il Nuovo non è poi così diverso dal Vecchio, e che le logiche del Sistema hanno sedotto persino gli spiriti più immacolati. Raggiunto questo obiettivo, il più è fatto. Il fascino delle crociate anti-Sistema automaticamente si appannerà. E la classe di governo potrà trascorrere giornate meno concitate.

Finora, però, Grillo e i suoi si sono mantenuti a debita distanza dal suono ammaliante delle sirene del Potere, anche a costo di vedere salpare dai propri gruppi parlamentari gli animi più impazienti di entrare nel grande gioco della «politica». E c’è da scommettere che un analogo atteggiamento manifesteranno, i capi del movimento stellato, nei due anni che ci separano dal rinnovo del Parlamento (anche se non è escluso che la legislatura possa esaurirsi con un anno di anticipo). Ergo, i grillini non accetteranno mai di alternarsi a Forza Italia nello schema andreottiano dei due forni che tanto farebbero comodo a Renzi. Un conto sono le nomine costituzionali o istituzionali, un altro conto sarebbe la condivisione di un percorso parallelo su temi specifici. La contaminazione col governo non verrebbe compresa dallo zoccolo duro dell’elettorato grillino.

A Renzi, perciò, non resta che concentrare tutte le sue energie sulla ripresa produttiva, nella speranza che qualcosa si muova e che il taglio alle tasse locali sulla casa faccia sentire i suoi effetti benefici nell’anno che sta per arrivare. Se la crescita dovesse continuare a esperimere un dato statistico, e non un fatto reale, non ci sarebbero santi in grado di proteggere il Royal Baby dall’offensiva grillesca. Neppure la correzione dell’attuale impianto della riforma elettorale, basato sulla contesa tra due partiti, anziché fra due coalizioni, potrebbe modificare il corso degli eventi. I Cinque Stelle potrebbero approdare al ballottaggio anche se la lotta per il primato riguardasse due poli, anziché due partiti.

La sfida di Renzi non è facile. Fino all’altro ieri sembrava che la sua stella fosse più luminosa del sole e che avrebbe brillato, quasi in solitudine, per altri 10-20 anni. Oggi, lo scenario è cambiato. Banche, scuola, sanità, Sud... Non c’è materia in cui il fenomeno Matteo ripeta gli exploit, negli indici di gradimento popolari, dei suoi primi dieci mesi a Palazzo Chigi. Del resto, gli italiani sono così. Si affidano al leader nuovo, come un fedele si affida al suo sacerdote. Salvo poi, gli italiani, cambiare registro dopo aver vissuto le prime delusioni. Del resto, la ricerca dell’Uomo della Provvidenza è un costante della storia patria. Negli ultimi tempi, questa ricerca ha premiato Berlusconi, Prodi e, per ultimo, Renzi. Si profila adesso il turno di Beppe Grillo, o del suo pupillo Luigi Di Maio. E, dopo, di chissà chi altro, dal momento che la disillusione è inevitabile, scontata. Le democrazie che funzionano si fondano sulle buone istituzioni e sulle buone leggi, non sulle buone intenzioni o sulle porte girevoli nelle stanze dei bottoni. In Italia, siamo ancora agli spareggi fra le buone intenzioni. O fra chi la spara più grossa.

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