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Giovedì 23 Novembre 2017 | 15:58

I tre dossier che rischiano di avvelenare la Puglia

di Tonio Tondo
I tre dossier che rischiano di avvelenare la Puglia
di TONIO TONDO

Uno sfascio politico ed economico, ma anche spirituale, incombe lungo le rotte tra l’Italia e l’Unione europea. Almeno tre di queste rotte attraversano la Puglia. Tre dossier (xylella, Ilva e Tap) rischiano di avvelenare ancor più il confronto, soprattutto se venissero affrontati con la logica perversa di scaricare su una delle parti le paure della sconfitta. Nella grave crisi dell’Europa, cioè di noi stessi, sarebbe letale cadere nel tranello del processo vittimario, polarizzando responsabilità e peggio rancore e odio.
La classe dirigente di Puglia ha davanti a sé un compito gravoso e determinante, di chiarezza nei confronti di un’opinione pubblica smarrita e dello stesso governo centrale. Uno sfascio politico ed economico, ma anche spirituale, incombe lungo le rotte tra l’Italia e l’Unione europea. Almeno tre di queste rotte attraversano la Puglia. Tre dossier (xylella, Ilva e Tap) rischiano di avvelenare ancor più il confronto, soprattutto se venissero affrontati con la logica perversa di scaricare su una delle parti le paure della sconfitta. Nella grave crisi dell’Europa, cioè di noi stessi, sarebbe letale cadere nel tranello del processo vittimario, polarizzando responsabilità e peggio rancore e odio.

La classe dirigente di Puglia ha davanti a sé un compito gravoso e determinante, di chiarezza nei confronti di un’opinione pubblica smarrita e dello stesso governo centrale. La prima dote dei leader è il coraggio, accompagnato da intelligenza e prudenza. Le tre questioni sono così complicate da richiedere forte energia morale e idee ben definite, liberando il campo dagli opportunismi e dalla demagogia. Tre questioni diverse, ma con un filo di intenti che le lega. Nella vicenda xylella, per la quale l’Italia rischia la procedura d’infrazione con dure ricadute in Puglia, il campo si è fatto scivoloso, forse impraticabile.

La procura di Lecce ha formalizzato un’inchiesta giudiziaria a carico di dieci persone, tra funzionari e scienziati, in testa il commissario Silletti, con ipotesi di reati gravi, dalla diffusione colposa di malattie delle piante alla distruzione e all’inquinamento dell’ambiente, dal falso ideologico ad anomalie nella gestione dei campi sperimentali. Accuse tutte da provare, ovviamente, ma l’iniziativa getta una luce sinistra sull’intera gestione della vicenda del batterio che sta distruggendo gli ulivi. Anzi la dottoressa Elsa Valeria Mignone, titolare dell’inchiesta, sostiene che è tutto da dimostrare che la causa del disseccamento sia solo xylella fastidiosa. E in attesa che la cosa si chiarisca (quando? E chi dovrà dire la parola conclusiva?, ndr) il magistrato ha sequestrato le piante, anche quelle infette, da sradicare. Tutto è destinato a fermarsi, anche quel poco che si muoveva.

Eppure, un vento nuovo aveva cominciato a farsi sentire nelle campagne e nei frantoi del Salento. Centinaia di giovani sono tornati a occuparsi di ulivi e di terra. Il 2015 sarà ricordato come stagione straordinaria. Dopo anni l’olio extravergine e di qualità, non quello taroccato, sta conquistando le menti delle comunità locali. Le olive sono sane; anche a dicembre gli attacchi di mosca non ci sono stati. L’olio lampante, finalmente, è parte marginale. Il gusto sta cambiando e si affina dopo decenni di chiusura psicologica nelle vecchie abitudini alimentari. Famiglie e giovani sono nei campi per presidiare gli ulivi e tentare di salvarli, potando per bene, pulendo i terreni e puntando sull’alleanza con la scienza e la buona burocrazia. «Questa annata è una botta di vita», è la voce tra gli agricoltori. Forse è il rimorso, il senso di colpa per le assenze che hanno favorito l’epidemia. Nei frantoi si è vista gente come mai in passato. Forse è la paura che il batterio possa distruggere tutto, ma lo spirito nuovo è forte. Occorre ripartire dai produttori, con una nuova sintesi tra scienza e buone pratiche.
Il rischio terribile è cadere nella trappola della ricerca del capro espiatorio, del “dagli all’untore” al quale attribuire la responsabilità del caos.

La stessa pulizia logica e morale deve segnare il dossier Ilva. Un nuovo scontro sulle quote di acciaio è in atto nel mondo e in Europa. Peccato che l’Italia si presenti debole. Emilio Riva aveva realizzato il secondo gruppo siderurgico europeo. Un imprenditore privato al quale lo stato tra il 1994 e 1995 aveva venduto la siderurgia dell’Iri, devastata dalle clientele affaristiche, politiche e sindacali. Fu Riva a risanare e ad avviare le prime bonifiche (a Genova). Si poteva bonificare Taranto con la gestione dei privati? Domanda oziosa, ma inevitabile. Nessun politico, di destra centro o sinistra, si è mai opposto alla nomina dei tre commissari che si sono succeduti dal 2013 e al ritorno dello stato. Molti hanno sperato nel ruolo salvifico della magistratura e delle sue inchieste, ma nessun giudice o sentenza potrà mai sostituirsi ai manager e ai politici. Solo che questi ultimi devono dimostrare coraggio e valore nel rappresentare gli interessi sani e profondi della comunità, con competenza e senza opportunismi. A Emilio Riva l’Ilva piaceva perché grandi navi e chiatte entravano e uscivano direttamente dalla fabbrica, cariche di materie prime o di prodotti finiti.
Un vantaggio competitivo enorme. Ma questa felice collocazione non è sufficiente per vincere la guerra dell’acciaio.

Il terzo dossier, il gas, ripropone il ruolo geopolitico della Puglia con il suo approdo salentino per il progetto Tap (Trans adriatic pipeline), nel quale la nostra Snam è entrata con il 20 per cento. L’Italia si gioca il ruolo di hub europeo nel trasporto e nella distribuzione del gas proveniente dai Paesi del Nord Africa, Algeria e Libia, e nel futuro prossimo da Israele e dall’Azerbajian con i suoi enormi giacimenti del Mar Caspio. Il presidente del consiglio Matteo Renzi si è scontrato, giustamente, con Angela Merkel contestandole la logica del doppio standard quando sono in gioco gli interessi della Germania. I tedeschi hanno concordato con Putin il raddoppio del corridoio Nord Stream che trasporta il gas russo in Germania dal Mar Baltico, saltando i Paesi dell’Est. Mentre sono in atto le sanzioni occidentali contro la Russia, Merkel ha trattato il raddoppio del corridoio dopo aver bloccato un analogo progetto dell’Eni a Sud.

Un plateale doppio standard. Un vento gelido rischia di avvolgere l’intera Puglia e di bloccare ogni slancio verso il futuro. E’ un alito deprimente che soffia in modo caotico e rischia di disarticolare anche le buona intenzioni. Tensione politica e ideale, fiducia nella competenza e nella funzione di scienziati e di bravi manager, promozione dell’iniziativa privata a qualsiasi livello, dall’agricoltura alla siderurgia: questo il bagaglio sulle spalle della classe dirigente pugliese. Sia il presidente della regione Emiliano a determinare un rinnovamento mite e deciso, liberando la Puglia dalla cappa stagnante che la minaccia.

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