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Giovedì 21 Settembre 2017 | 00:02

Troppi interessi, ma per Taranto non è finita

di Domenico Palmiotti
Troppi interessi, ma per Taranto non è finita
di DOMENICO PALMIOTTI

Era nell’aria ed è arrivata. Dopo aver avviato a settembre 2013 una procedura di infrazione contro l’Italia per le violazioni ambientali dell’Ilva, la Commissione Europea si accinge ad aprirne una seconda avendo sempre l’azienda dell’acciaio nel mirino. Stavolta Bruxelles contesta i fondi che lo Stato, in varie leggi, ha concesso all’Ilva affinchè si risollevasse dalla grave crisi finanziaria e industriale nella quale è precipitata da tempo. Per Bruxelles queste risorse sono aiuti di Stato e la siderurgia è un settore che non può riceverli.
A quanto pare, l’Unione Europea ha messo sotto la lente i 400 milioni di prestito garantito dallo Stato erogati con la legge 20 dello scorso marzo e di cui l’Ilva ha utilizzato solo 200 milioni. A questi si aggiungono gli 800 milioni di prestito, anch’esso garantito dallo Stato, postati nella legge di Stabilità che si accinge a ricevere il via libera dalla Camera e, infine, i 300 milioni di prestito che il Governo ha inserito nell’ultimo decreto legge sull’Ilva attualmente al Senato (soldi, quest’ultimi, che i privati che acquisiranno l’azienda a giugno dovranno poi restituire allo Stato con gli interessi).

Perchè l’Ilva abbia ricevuto tanta attenzione dal Governo e dal Parlamento, è presto detto. Senza questi sostegni, l’azienda sarebbe fallita, l’Italia avrebbe perso 16mila posti di lavoro diretti di cui 11mila a Taranto, altre migliaia ne avrebbe perso l’indotto, e il sistema produttivo del nostro Paese avrebbe visto la liquidazione di un importante asset industriale.
Quindi, punto numero uno, l’Ilva andava sostenuta dallo Stato visto che lo Stato da giugno 2013, con l’avvento dei commissari, di fatto l’ha presa in carico togliendola ai Riva che sino a quel momento l’avevano gestita; punto numero due, gran parte degli interventi ideati si basavano su un presupposto che oggi è invece venuto meno. Ovvero, il rientro dalla Svizzera all’Italia del miliardo e 200 milioni sequestrati ad Emilio e Adriano Riva. Soldi che, in base alla legge, dovrebbero andare al risanamento ambientale dello stabilimento di Taranto. In particolare, se vediamo due misure varate dallo Stato sotto forma di prestito garantito, cioè i 400 milioni della legge 20 e gli 800 milioni della legge di Stabilità, abbiamo un totale di un miliardo e 200 miIioni.

Un anticipo, quindi, di quanto sarebbe dovuto tornare da oltralpe. Ma i magistrati svizzeri, di Bellinzona per l’esattezza, hanno detto no al rientro in Italia, destinazione Ilva, di queste risorse, malgrado la Procura di Zurigo abbia detto sì alla richiesta avanzata dalla Procura di Milano, e quindi ora la necessità di supportare l’azienda in una fase molto complicata è divenuta più stringente. Non a caso il Governo, nell’ultimo decreto legge, fiutando l’aria di Bruxelles, non solo ha inserito i 300 milioni come prestito, ma ha fatto anche di più: ha inserito una data entro la quale l’azienda sarà ceduta. Giugno 2016. Come dire a Bruxelles: guarda Europa che io Stato l’Ilva la riporto sul mercato. Ora, l’annuncio di una procedura di infrazione da parte della Commissione Europea non è una disfatta per l’Italia anche se ci sarà pure chi starà brindando difronte a questi segnali di guerra. Non è una disfatta perchè non è la prima procedura che vede l’Italia sotto scacco e non sarà nemmeno l’ultima.

Da questi contenziosi si può uscire benissimo e ci si può difendere. E l’Italia ha tutti i mezzi per farlo. Non sempre quest’offensiva comunitaria - dovrebbero tenerlo bene a mente coloro che in queste settimane si sono prodigati di inviare dall’Italia a Bruxelles copiosi carteggi - è ispirata dalla strenua difesa delle regole del mercato e della concorrenza. Inutile girarci intorno: in Europa c’è chi sta pregando, ci si passi il termine, affinchè l’Ilva scompaia precipitando in un gorgo ancor più scuro di quanto è oggi. Con l’eccesso di produzione di acciaio esistente in Europa, con l’avanzata dei cinesi e con tutti i problemi che il settore ha, figuriamoci se non farebbe comodo ai concorrenti togliere dallo scenario una realtà europea importante come l’Ilva. La quale se riuscirà a completare, come ci auguriamo, l’operazione di risanamento e di rilancio di cui necessita, sarebbe senz’altro in grado di riconquistare gli spazi persi negli ultimi tre anni a causa di varie vicissitudini, a partire dalla bufera giudiziaria di Taranto.

Andiamo cauti, quindi, col dire brava Bruxelles che stai per lanciare la procedura di infrazione verso l’Italia. Pensiamo anzitutto a difendere l’interesse nazionale, i posti di lavoro, le sorti di una città come Taranto, dove un’Ilva che funziona significa anche avere qualche chance in più affinchè il risanamento si faccia e non resti nel libro dei sogni. E il Governo ora riprenda il bandolo della matassa. Perchè troppi nodi si sono aggrovigliati e troppe incertezze addensate, vedi il venir meno degli aiuti all’indotto in forma potenziata così come avevano chiesto, nella legge di Stabilità, i gruppi Pd di due commissioni della Camera. Un anno fa, proprio a Natale, Renzi annunciò la svolta. Non che non siano stati fatti errori in questi dodici mesi, ma un anno dopo non vorremmo ritrovarci in un pantano.

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