Mercoledì 20 Giugno 2018 | 13:24

Dall’Etruria alle Sud-Est a pagare sono sempre gli altri

di Giuseppe De Tomaso
Dall’Etruria alle Sud-Est a pagare sono sempre gli altri
di Giuseppe De Tomaso

Ma i viaggiatori pugliesi pagano il biglietto sui treni? Chi, oltre regione, venisse a conoscenza dei super-passivi accumulati dalla Sud Est sarebbe indotto a pensare che i pugliesi siano un popolo di «portoghesi», di imbucati che schivano i controllori così come Matteo Salvini evita un profugo africano. Invece, nonostante un servizio ferroviario a volte degno del Continente Nero, i bilanci-colabrodo delle mitiche Ferrovie Sud-Est dipendono da una gestione societaria che definire allegra è un eufemismo, come testimonia anche l’articolo di ieri del nostro Massimiliano Scagliarini: sprechi continui, consulenze costosissime, parcelle milionarie a determinati professionisti, contenziosi pazzeschi. Tanto paga sempre Pantalone, cioè il contribuente. Copione che, dopo la promessa di altri 70 milioni di euro da parte del governo, sta per riandare in onda prossimamente.

Anche chi dovesse giudicare dall’esterno la vicenda delle quattro banche centro-settentrionali salvate dal governo sarebbe indotto a ritenere che la solita maledetta finanza abbia accecato gli occhi degli amministratori fino al punto di mandarli fuori strada. Invece, nonostante alcune ricostruzioni giornalistiche ambigue e fumose, la demoniaca finanza c’entra poco o punto nei dissesti dei quattro istituti creditizi che hanno tolto il sonno alla coppia ministeriale formata da Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. La finanza stavolta è innocente, perché la causa del disastro creditizio di Banca Marche, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara e Carichieti, va individuata quasi esclusivamente nella concessione di prestiti che, evidentemente, non andavano concessi. Con l’acqua alla gola gli amministratori di quegli istituti hanno tentato di ridurre le perdite, scatenando i loro impiegati e funzionari all’inseguimento del primo risparmiatore che passava davanti agli sportelli, o alla ricerca del primo numero di telefono utile all’operazione di vendita dei bond più o meno rischiosi.

Risultato: una mattanza generale che ha coinvolto gli stessi pescatori intenti a recuperare somme sommerse da coinvolgere nel giro delle obbligazioni. Non vantando, infatti, un curriculum da esperti di finanza, molti addetti - impegnati nel ramo commerciale - hanno piazzato i prodotti sofisticati con lo stesso abito mentale che sorregge l’erogazione di un prestito o di un mutuo: fare numero, senza andare troppo per il sottile sia verso la clientela che verso se stessi. Altro che cultura o pedagogia finanziaria, indispensabili come il pane in un Paese che, su questi temi, presenta un tasso di analfabetismo di massa inferiore soltanto a quello di Cipro e della Bulgaria. Molte decisioni sul destino dei propri depositi in banca vengono prese sulla base di un rapporto personale con un intermediario, a sua volta non padrone della materia.

Per non parlare - a proposito delle quattro banche che stanno facendo piangere migliaia di investitori -, delle incredibili aperture di credito autorizzate a beneficio di super-raccomandati e super-protetti, in una girandola di finanziamenti che non vedranno mai la via del ritorno. Ma questa cattiva gestione non genera i dovuti approfondimenti. Molto più comodo scatenarsi contro la finanza, tanto nessuno proverà a opporsi a requisitorie di tal genere. Infatti. Desta più riprovazione la notizia di un derivato malandrino, che comunque un suo valore lo conserverà nel tempo, che la presa d’atto di un «bonus» di 200 milioni di euro elargito a un signore che non lo restituirà mai. Eppure i danni maggiori li provoca quest’ultimo, il credito facilone, quello riservato agli amici degli amici privi dei requisiti necessari per farsi sostenere.

Beninteso. La banca è un’impresa. E come tutte le imprese ha il dovere di assumere rischi. Se così non facesse, la banca sarebbe nient’altro che una fotocopia del vecchio ufficio postale. Ma un conto è assumere rischi e, eventualmente, perdere denaro in una politica creditizia di sostegno alle aziende meritevoli. Un conto è distribuire quattrini in barba a ogni criterio imprenditoriale, così come emerge dai retroscena sulle quattro banche di cui sopra. Salvo poi, in malafede, attribuire la colpa del fallimento alla crisi mondiale, all’Europa senz’anima, alla Merkel senza cuore, a Obama senza iniziativa, per poi chiamare in causa la finanziarizzazione dell’economia, i guai provocati dal Califfo e il solito destino cinico e baro.

Bisogna essere chiari. Se si gestisce la Banca Etruria come la Sud-Est e la Sud-Est come la Banca Etruria, è inutile sperare di salvarsi evocando responsabilità esterne. Se le decisioni vengono prese ignorando ogni minima esigenza di calcolo economico, neppure un Marchionne riuscirebbe a porvi rimedio. Se poi si aggiunge la predisposizione alla malafede, per cui si rovescia la piramide delle colpe, il quadro è completo. Chi sbaglia, riesce a farsi assolvere sempre. Chi è innocente viene, kafkianamente, tirato in ballo anche se non sa spiegarsi perché.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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