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Giovedì 23 Novembre 2017 | 04:55

Banche, questione di controlli

di Gaetano Nanula
Banche, questione di controlli
di Gaetano Nanula

Banche, questione di controlliIl recente crack delle famose quattro banche, che sta riempiendo le cronache quotidiane - così grave, dirompente e inaspettato - merita molta attenzione; un attenzione che va aldilà dei fatti narrati, perché può essere l’indizio che disvela le attuali disfunzioni di cui soffre l’intero nostro sistema bancario e finanziario, e perché può incidere negativamente in maniera significativamente allarmante sull’elemento portante del sistema stesso, che è la fiducia della gente.

Senza la fiducia della gente l’intero sistema crolla. Se la gente minimamente sospetta che i suoi soldi, i suoi risparmi, accumulati spesso con tanti sacrifici e rinunce, non sono al sicuro, ma sono nelle mani di spregiudicati speculatori, di avventurieri finanziari senza dignità e senza scrupoli, dediti all’imbroglio e all’inganno, la gente non porterà più i suoi risparmi in banca, ed allora l’intero

sistema salta: vien meno la funzione intermediaria delle banche, che è il centro motore del progresso economico, la raccolta del risparmio dai privati per devolverlo in aperture di credito agli imprenditori che lo investono nella attività produttiva.

Senza la fiducia della gente, che è il collante delicatissimo – spesso ingenuo ed impalpabile, ma fondamentale – che lega la gente alle istituzioni bancarie, i riflessi sull’economia generale, le proiezioni sulle condizioni di produttività nazionale diventano drammatiche, radicalmente e realisticamente di grande preoccupazione. Non sappiamo fino a che punto questo delicatissimo congegno della fiducia, questa esigenza di assoluta lealtà e trasparenza nei rapporti fra le istituzioni bancarie e finanziarie con la gente, con il vastissimo pubblico dei risparmiatori, sia stato veramente compreso e metabolizzato; e non lo sappiamo, perché troppi sono ancora gli episodi di malaffare commessi nella concessione del credito e gli episodi coinvolgenti la responsabilità di funzionari anche in posizione apicale descritti dalle cronache giudiziarie.

Delle quattro banche, la magistratura (non la politica) accerterà ora le colpe; dei relativi amministratori rileverà le personali responsabilità a carattere amministrativo e soprattutto a carattere penale (appropriazione indebita, truffa, falso in bilancio, ecc.) ma non potrà essere soltanto questo l’ambito dell’interesse pubblico a guidare gli accertamenti; si dovrà innanzitutto capire il perché una situazione tanto gravemente dissolutoria delle robuste strutture e del fondo patrimoniale dei quattro istituti di credito si sia potuta progressivamente maturare nel tempo, senza sensibilizzare alcun indice di preallarme da parte dei corposi organi di vigilanza; il perché operazioni economicamente tanto disastrose abbiano potuto essere avallate ed eseguite da direttori generali, consiglieri di amministrazioni e componenti di collegi sindacali; insomma, da un management che per la delicatezza e l’importanza delle funzioni bancarie dovrebbe essere all’avanguardia delle specializzazioni gestionali di un azienda; il perché alla guida di un istituto bancario, che tanta incidenza diffusa può avere in campo economico- sociale, possano pervenire persone spregiudicate, professionalmente impreparate o moralmente degradate.

Nella conduzione gestionale delle banche, in una prospettiva di riforma del sistema creditizio, bisognerà forse meglio coniugare l’aspetto giuridico, che ha finora esclusivamente guidato e supportato le decisioni, con l’aspetto morale, nel senso di conferire anche a questo un carattere di giuridicità, cioè di obbligatorietà operativa.

Sotto l’aspetto giuridico, quanti clienti della banca sanno che, depositando i propri soldi, ne perdono completamente la proprietà, che diventa invece a tutti gli effetti della banca stessa? Quanti conoscono l’art. 1834 del codice civile il quale stabilisce che “ nei depositi di una somma di danaro presso una banca, questa ne acquista la proprietà”? Aggiungendo naturalmente che la banca è poi “obbligata a restituirla a richiesta dei depositanti”.

Ma, sta di fatto che negli eventuali successivi contrasti fra banca e cliente, questo parte dal presupposto di essere “non proprietario” dei soldi, il che ne pregiudica evidentemente la posizione.

Attribuendo dunque la piena proprietà dei depositi alle banche, queste ne possono fare quello che vogliono, impiegandoli anche in operazioni avventurose, concedendo crediti di incerto ritorno, crediti di favore, non sorretti da adeguate garanzie, che poi passano alla categoria sorprendentemente invasiva dei “crediti in sofferenza”.

Ed è proprio l’accumulo impressionante di questi crediti, di cui non si riesce a realizzare il rientro, ammontante attualmente intorno ai trecento miliardi di euro – una cifra enorme, spropositata, irragionevole – che testimonia della mala interpretazione dell’uso del diritto di proprietà sui depositi attribuito alle banche, con esclusione completa di qualunque facoltà di controllo da parte dei depositanti.

Sul piano morale rimane invece fuor di dubbio che la proprietà dei soldi appartenga ai depositanti. Ecco dunque il punto centrale del problema: perché i depositanti dovrebbero cedere la proprietà dei propri soldi? In cambio di che cosa? Non evidentemente in corrispettivo del servizio di custodia! Perché a questo – al servizio di custodia – si è attualmente ridotto il sinallagma fra banca e cliente, atteso che anche come interesse le banche - in ragione di un facile cartello – non danno ormai più niente o quasi niente.

Ed allora chiediamoci: perché la gente dovrebbe ancora portare i propri risparmi in banca, cedendone al proprietà in cambio di niente o quasi niente e col sospetto che possano essere investiti malamente, senza alcuna possibilità di controllo e senza alcuna facoltà di partecipazione alla politica creditizia della banca?

Probabilmente, la soluzione sta nel concetto che l’investimento delle somme depositate, cioè la politica creditizia, non riguarda somme senza padrone o di esclusiva proprietà della banca, ma che conservano - anche giuridicamente, oltre che moralmente - un cordone ombelicale con i depositanti, un rapporto genetico con i risparmiatori.

Sarebbe allora del tutto normale che la politica creditizia della banca, la composizione ed il funzionamento del suo management e la redazione del suo bilancio – compilato in maniera inequivocabilmente trasparente – fossero sottoposte anche all’approvazione di un assemblea dei depositanti, che sono in definitiva i veri artefici – i veri diretti protagonisti - su cui si fonda l’attività del sistema bancario.

E questo perché l’attuale sistema dei controlli ha dimostrato di non funzionare.

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