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Giovedì 23 Novembre 2017 | 18:00

La grande sfida sul clima una prova di sopravvivenza

di Giovanni Valentini
La grande sfida sul clima una prova di sopravvivenza
di Giovanni Valentini

Evviva. Prima di fare qualsiasi altra considerazione, dobbiamo innanzitutto rallegrarci per la conclusione della Conferenza di Parigi sul clima. A vent’anni di distanza dal Protocollo di Kyoto che fu sottoscritto da 180 Paesi l’11 dicembre 1997 contro il surriscaldamento globale del pianeta, senza produrre - per la verità - effetti rilevanti e decisivi, si può considerare già un miracolo che ora 195 Paesi abbiano partecipato a questo nuovo incontro, alla presenza di 150 capi di Stato e di governo. E quando diciamo “miracolo”, pensiamo in primo luogo all’impegno profuso su scala internazionale da Papa Francesco in difesa dell’ambiente e della natura, fino alla spettacolare proiezione notturna sulla facciata della Basilica di San Pietro la sera dell’apertura del Giubileo.

L’obiettivo strategico di ridurre la temperatura della Terra di almeno due gradi entro il 2020 è stato così sancito, almeno a parole, dall’intera comunità internazionale. Si tratta, in realtà, di un obiettivo vitale. Oltre questo limite, la stessa sopravvivenza del genere umano sarebbe compromessa dal riscaldamento globale, dall’inquinamento atmosferico e dalle ancor più gravi conseguenze meteorologiche. L’innalzamento generale del livello del mare, prodotto dallo scioglimento progressivo dei ghiacciai, determinerebbe un dissesto idrogeologico di proporzioni apocalittiche. Ne risentirebbe ulteriormente, in misura imprevedibile, la salute collettiva.

È un fatto che gli stessi ambientalisti, superando per una volta una cronica tendenza all’allarmismo e al catastrofismo, abbiano accolto generalmente con soddisfazione l’esito del summit parigino. Tanto più significativo a e apprezzabile perché s’è svolto in una città, in una nazione e nel cuore di un Continente colpiti tragicamente dalla ferocia sanguinaria del terrorismo internazionale. Probabilmente, ha ragione chi dice che senza l’Europa, cioè senza la sua storia e la sua cultura, questo risultato non sarebbe stato possibile raggiungerlo.

Certo, è una svolta storica. Un primo passo verso una migliore convivenza civile. Un atto di responsabilità verso le generazioni future, nei confronti delle quali abbiamo il dovere morale di lasciare un pianeta più sano e vivibile. E forse non ci sarebbe neppure bisogno di ripetere come una litania che “non basta”, che altri passi devono necessariamente seguire, per garantire al mondo la sicurezza del futuro. Ora bisogna passare dalle parole ai fatti.

Da qui al 2020, è necessario che i Paesi aderenti assumano impegni concreti e immediati; che investano tutte le risorse necessarie; e che non vi siano defezioni, come purtroppo è accaduto in passato. Ma lascia ben sperare, da una parte, la consapevolezza proclamata dal presidente americano Barack Obama; e dall’altra, l’urgenza dei Paesi in via di sviluppo – a cominciare dalla Cina – di combattere l’inquinamento che avvelena le proprie città e le proprie popolazioni.

La strada maestra è quella di uscire il più rapidamente possibile dall’era dell’economia fossile, basata sul petrolio e sul carbone, per entrare sempre più decisamente in quella delle fonti rinnovabili, come il sole e il vento. Ma noi che abbiamo il privilegio di vivere e di abitare nei Paesi più progrediti del globo, dopo aver dissipato a dismisura risorse economiche, energetiche e ambientali, abbiamo anche il dovere di fare qualche cosa di più per compensare gli altri dei nostri abusi e soprusi. Dobbiamo adottare comportamenti individuali e collettivi più virtuosi, abitudini e stili di vita più consoni alla situazione: a cominciare da quel risparmio energetico che resta la prima fonte immediatamente disponibile. Ciò significa certamente ridurre i consumi, dall’illuminazione al riscaldamento o al condizionamento domestico fino all’uso dei mezzi di trasporto privati; ma nello stesso tempo produrre e utilizzare impianti, apparecchi e tecnologie meno energivore.

Questo è l’orizzonte di una riconversione ecologica dell’economia. La grande sfida della Green Economy. All’interno del suo perimetro si può legittimamente perseguire quello “sviluppo sostenibile” che, lungi dall’essere soltanto uno slogan o un espediente retorico, implica invece una concreta compatibilità con la salvaguardia del pianeta, dell’ambiente e della natura, ma ancor più della salute e della stessa vita umana. A meno che non si voglia vagheggiare il mito della cosiddetta ”decrescita felice”, vale a dire di una regressione generale della civiltà, come postula un certo radicalismo politico e intellettuale.

La storia dell’umanità è piuttosto una storia continua e incessante di crescita, di progresso, di benessere morale e materiale. Ma oggi questa tendenza fisiologica deve fare i conti con la “cultura del limite”. Vale a dire con il rispetto della libertà e dei diritti altrui, dell’ambiente e della natura, dell’equità sociale e della solidarietà.

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