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Giovedì 21 Settembre 2017 | 18:06

Il peggio Sud istigato a essere il peggio Sud

di Lino Patruno
Il peggio Sud istigato a essere il peggio Sud
di Lino Patruno

Ecco come si diventa peggio Sud. Si diventa peggio Sud anche quando l’unica possibilità di fare qualcosa al Sud è nei fondi europei. Mentre nascere al Sud significa ancòra meno asili nido, meno scuolabus, meno mense scolastiche, meno biblioteche, meno aule decenti: tranne poi meravigliarsi se (se) gli studenti del Sud hanno voti più bassi. E quando vivere al Sud significa essere isolati in una periferia che lo è ancòra di più se le togli la bombola d’ossigeno dei collegamenti. Fino a sospettare che la distanza non colmata con un treno o un aereo non sia un caso, solo un problema geografico. Ma sia una scelta ideologica: se tu frapponi la distanza, isoli,allontani, condanni, escludi. E ricatti.

Allora, meno male che ci sono i fondi europei. Coi quali in un Paese che si chiama Italia sia a Varese che a Crotone si fa tutto ciò che si fa al Sud mentre altrove lo si fa con i soldi nazionali. Come se l’Italia si chiamasse Italia solo a Varese e non a Crotone. Anche ora, che al Sud non si dorme la notte in attesa del mitico miracoloso Masterplan, cosa crediamo che sarà (se mai sarà)? Progetti da finanziare con i fondi europei come avrebbero fatto anche senza Masterplan. Anzi progetti che avrebbero dovuto essere già realizzati, tipo la ferrovia Bari-Napoli o l’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Solo che ora sono spacciati come dimostrazione di un governo che ha a cuore i problemi del Sud. Cin cin.

Ma i fondi europei sono anche una istigazione al peggio. E una tentazione più tentazione della mela nel paradiso terrestre. Anzitutto che siano utilizzati per vivacchiarci invece di portare lo sviluppo che resterebbe quando non ci fossero più. Tentazione di utilizzarli, per capirci, a pioggia: due gocce qua, due gocce là. Tipo le sagre del panzerotto o le rassegne di canti del dolore contadino.

Il Masterplan dovrebbe appunto eliminare la pioggia, concentrare in pochi e sentiti interventi. Chissà se consapevole di rimediare a una caponata del medesimo governo. Il quale ha riportato a oltre trecento i possibili impieghi dei fondi (istigando appunto la pioggia) dopo che il precedente governo Letta li aveva ridotti a una cinquantina. Trecento con un sospetto: non favorire il Sud ma consentirgli un uso dei fondi che non porterà sviluppo ma voti di sicuro.

Poi la leggenda nera dei fondi europei si alimenta più di ciò che non si sa che di ciò che si sa. Si dice che non si spendono tutti o si spendono male: e come, con tutto ciò che c’è da fare? E con i piagnistei successivi? Ma non si dice che per spenderli ci vuole una partecipazione dello Stato o delle Regioni che il più delle volte non c’è: e non solo per il patto di stabilità che impedisce di usare anche i soldi che hai. Per non parlare dei tempi biblici per qualsiasi opera pubblica in un’Italia dai cantieri aperti e mai chiusi. Quando invece l’Europa vuole i tempi suoi, altrimenti la prossima volta niente soldi. Una trappola.

Il peggio Sud figlio non desiderato dell’unica minestra dei fondi europei è anche altro. E’ quegli imprenditori (chiamiamoli così) o quei Comuni che decidono di fare qualcosa non perché utile e produttivo, ma perché ci sono i fondi a disposizione. La frase tipica è : “Facciamo un Pon” (programma operativo nazionale). Come si direbbe: domenica andiamo per funghi. Nel senso di inventarsi qualcosa spesso senza alcun mercato e alcuna prospettiva ma solo perché potrebbe essere finanziata con quei soldi. Non ti metti a fare una nuova strada solo per arraffare il finanziamento anche se sai che la lascerai a metà. Non ti inventi una palestra di sollevamento pesi in un paese di novantenni. Più che bene pubblico, pubblico spreco. Più che imprenditori, dissipatori.

Sono i figli degeneri di uno Stato che quella strada, lì, avrebbe dovuto farla da tempo. E di uno Stato che avrebbe dovuto dare tutto ciò che serve per fare impresa ed evitare speculatori a caccia (sia pure comprensibile) di lavoro e di fondi di sopravvivenza. E’ il peggio Sud, diciamolo, di quel sottobosco della politica in un Sud in cui la politica è stata così destinata più a procacciare assistenza che progresso. Ma proprio perché il Sud è stato condannato all’assistenza più che beneficiato di investimenti statali che poi gli consentissero di fare da solo.

C’è un caso emblematico. Soldi europei usati per un museo della marineria. Bisogna valorizzare il passato, ma si dubita che un museo della marineria possa portare tanti visitatori e turisti da lasciare qualcosa di duraturo sul territorio. E i fondi europei sono appunto strutturali, qualcosa che protragga il beneficio nel tempo e nel tempo consenta anche altro. Ma il presidente del museo è ovviamente entusiasta. Anzi, visto che ci siamo, nel museo ci lavora anche la figlia. Lavoro tanto creato quanto senza futuro, fin che va. Tengo famiglia. Si può comprendere: ma questo peggio Sud, deve prendersela solo con se stesso se è diventato così?

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