Lunedì 25 Giugno 2018 | 21:54

Il partito dei sindaci vs sindaco premier

di Michele Cozzi
Il partito dei sindaci vs sindaco premier
di Michele Cozzi

Il Pd renziano è di nuovo sotto attacco. Da una parte la sinistra interna, che in contemporanea con la Leopolda, la kermesse che è timbro di fabbrica del nuovo corso, si riunisce a Roma sotto le insegne del partito; dall'altra, alcuni sindaci (e qualche governatore non allineato) che tentano l'operazione di porre in alternativa la società civile (cioè se stessi), e la politica (cioè il partito renziano).

Un assedio concentrico ? E con quali risultati? Si vedrà.

Alla Leopolda sfileranno almeno quattro ministri, esponenti del mondo della cultura e, se vorranno, dirigenti di partito che, compatibilmente con i tempi, potranno anche intervenire. Regge ancora il modello Leopolda? È un progetto che punta a produrre cultura e programmi, dialogando un mondo più vasto di quello organizzato nella forma-partito. La sinistra Dem giudica questo laboratorio come l'anticamera della progressiva liquidazione del partito degli iscritti e dei circoli. Il contrasto è tra due visioni del partito democratico. Quello renziano si rifà, forse anche troppo, al modello americano, fondato sul ruolo demiurgico del Leader. La sinistra interna è legata alla vecchia forma-partito più vicina alla tradizione socialdemocratica. La stessa che è in affanno in Europa.

Renzi deve decidere se dare il colpo definitivo alla vecchia struttura o se accettare qualche compromesso con la sinistra Dem. Strada che appare obbligata in vista delle amministrative e, ancor più, dello scontro con i grillini alle prossime politiche. Un Pd lacerato, diviso tra correnti, «una contro l'altra armata», rischia di diventare preda del populismo grillino.

Altra storia, sebbene collegata alle manovre per le alleanze politiche, è la riemersione del cosiddetto «partito dei sindaci». Pisapia, Doria e Zedda, rispettivamente sindaci di Milano, Genova e Cagliari, chiedono di resuscitare lo schema dell'alleanza tra Pd e Sel (o come si chiama ora). I tre sindaci “arancione” insidiano il premier sul terreno delle alleanze, proprio quello più incommensurabile con la narrazione renziana. Il premier-segretario proprio non ci sta a trattare con i Vendola, i Fassina, i Civati, i Landini. Sarebbe, secondo il suo parametro, un ritorno alla sinistra ulivista. Impegnata più a discutere e litigare che a governare.

Quale peso può avere l'iniziativa dei sindaci, ai quali si è aggiunto il governatore pugliese Michele Emiliano? Un po' di acqua è passata sotto i ponti. E ai rappresentanti della società civile come «salvatori della patria» ormai credono in pochi. La realtà del governo è complessa, e mal si concilia con la retorica delle belle intenzioni. Doria, a Genova, ha dovuto fare i conti con i danni dell'alluvione e le proteste dei cittadini; Pisapia, a Milano, con le lotte tra gli assessori e la gestione dell'Expo. Per non parlare di Roma, dove un altro esterno alle logiche di partito, il sindaco Marino, è naufragato.

La sinistra esterna al Pd ad oggi è un galassia. Sabbia che non riesce a creare mattoni, per usare un'efficace immagine di De Rita. C'è il filone degli ex Sel, poi i fuorusciti dal Pd, Fassina (che a Roma al ballottaggio ha detto che potrebbe appoggiare il candidato grillino), i civatiani, la sinistra sindacale che ufficialmente non è ancora un partito. Schegge unite dall'antirenzizmo, e dall'avversione al «partito della nazione» ma non, almeno per ora, da una visione e un programma per il Paese. I tre sindaci, se vorranno dare continuità alla loro iniziativa, devono alzare il livello di progettualità. Per non restare imprigionati in una sterile opposizione. Perché quel campo è già abbondantemente occupato dal grillismo e dai movimenti populisti di varia ispirazione.

Potrebbe uscire dalla schiera dei sindaci e dei governatori l’anti-Renzi? Alcune dichiarazioni di Pisapia hanno suscitato curiosità. A partire dall’attacco a Renzi «premier e segretario». Due ruoli inconciliabili, dice il sindaco uscente di Milano. Pisapia non è iscritto al Pd. «A che titolo parla?», dicono i fedelissimi del premier. Il politologo Gianfranco Pasquino lo sponsorizza apertamente, e chiede a Pisapia di scalare il Pd e candidarsi da premier.

Su tutto il «mormorio» a sinistra del Pd pende la «spada di Damocle» della legge elettorale. Senza il recupero del premio di maggioranza alla coalizione, il parto dell’alleanza tra Pd e le schegge della sinistra è destinato ad abortire nella culla.

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