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Sabato 25 Novembre 2017 | 10:46

2015: l’anno dei femminicidi Neppure il Natale ferma la strage

di Enrica Simonetti
2015: l’anno dei femminicidi Neppure il Natale ferma la strage

di ENRICA SIMONETTI

Una donna bruciata viva e due uomini sorpresi a «rimirare» l’impresa: un caso che a noi pugliesi ricorda una tragedia evidentemente mai finita, come quella della povera ragazzina di Fasano Palmina Martinelli, storia agghiacciante del dicembre 1981. La violenza non si è mai rivelata creativa e continua a ripetersi, a scavare un muro di orrori tra noi e la «presunta» normalità in cui vivono molte donne, molte famiglie, molti uomini vili. Nelle ultime ore, un caso dopo l’altro: oltre alle urla strazianti della povera immigrata torturata con il fuoco nella sua casa del Casertano, quelle di un’altra donna, che lotta tra la vita e la morte in Calabria, a Locri, dove il suo ex fidanzato 26enne l’ha accoltellata ripetutamente dicendole «Non posso vivere senza di te». E poi, l’altro dramma della gelosia, a Gallarate (Varese), dove l’ex marito albanese di una donna di 32 anni ha pensato di vendicarsi dell’abbandono trucidandola sotto gli occhi dei bambini.
 

Questo angosciante 2015 sta per concludersi e la scia di sangue non si ferma. Ci ammazza il terrorismo e ci ammazza il «femminicidio», quel temibile virus di odio che sembra serpeggiare sempre più intensamente tra le coppie, nelle famiglie, nei cuori gelidi di chi non riesce a scegliere altro che la violenza e cioè il rifugio degli incapaci. Sì, perché attenzione: non si tratta sempre di drammi della follia, così come è sbagliato apporre l’etichetta di «tragedia della gelosia». Nessuno uccide per troppo amore, questo è ovvio. Qui siamo all’incapacità di scelta e all’inabilità al vivere, problemi ben profondi e insiti ormai in quel bizzarro tessuto sociale che è il mondo in cui viviamo.

Questi orrori che ora insanguinano le luci di Natale rischiano di diventare un’altra «consueta» sfaccettatura del nostro quotidiano, un altro vergognoso modo di essere che ci investe. Non sono fatalità, non sono storie lontane da noi perché risentono dell’humus in cui molti uomini sono ancora immersi. Ci mancherebbe, chi uccide la propria ex, chi brucia la compagna insieme a un amico non ha nulla da condividere con chi non lo fa, ma il nodo è che non siamo ancora di fronte ad una battaglia serena e omogenea, non siamo ancora disponibili - tutti - a capire e contrastare la mancanza di senso che risiede in certe realtà.

Ieri, di fronte al «bollettino di guerra» delle donne uccise, molte dichiarazioni parlamentari sono state indirizzate contro questa ferita aperta dell’Italia femminicida: «solite» prese di posizione, «soliti» appelli all’educazione, alle pari opportunità, al contrasto dell’ignoranza. Ma questa ignoranza progredisce nonostante tutto ciò che ci diciamo da decenni e non ci sono comitati - sembra - né esponenti politici (figuriamoci) capaci di illuminare il sentiero horror su cui si cammina.

Zoppicanti, ci aggrappiamo a qualunque cosa. E cosa potremmo fare? Come possiamo combattere il dis-valore familiare, l’inconscio vittimista di certe menti maschili e il progressivo annientamento del senso comune?

Nulla, in effetti possiamo fare cose pari al nulla. La «guerra» del femminicidio è fatta più di violenza personale che sociale e questo toglie valore alle azioni civili. E però va detto che le piccole battaglie, a volte, possono servire: in questa ondata di violenza sembra poco, ma si può cominciare ad esempio dalla voglia di rivalsa contro il sessismo, un male che soprattutto noi italiani (e italiane) conosciamo. Una lotta culturale più che pratica, una lotta di giustizia. Quante volte vediamo un atteggiamento sessista e non interveniamo? I casi sono completamente distanti dal femminicidio, ma è bene capire che lì si «coltiva» quell’handicap culturale che fa da terreno fertile alla follia delle stragi.

Oggi si presenta a Bari un libro che molti uomini dovrebbero leggere perché sembra che parli di donne mentre in realtà parla di maschi: s’intitola Toglimi le mani di dosso (edito da Chiarelettere) ed è firmato da una misteriosa Olga Ricci, nome dietro il quale si nasconde una giornalista italiana, vittima di un sessismo continuato, corrosivo e purtroppo anche consueto in molti ambienti di lavoro. Il ricatto dietro l’assunzione, il «fai la carina» che porta con sé un agognato contratto, se non la finta promessa di ottenerlo. L'incontro si terrà a Bari a partire dalle 15,30 nell’aula magna della Corte d’Appello, a Palazzo di Giustizia e vi saranno anche testimonianze dirette di vittime dell’insensibilità imperante, maschile e femminile, capace di generare l’omertà in cui il violento trova la sua «casa», la sua realtà/follia.

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