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Giovedì 23 Novembre 2017 | 16:03

Il Populismo da attrazione a presunzione fatale

di Giuseppe De Tomaso
Il Populismo da attrazione a presunzione fatale

di GIUSEPPE DE TOMASO

È il caso di dire che un fantasma s’aggira in Europa: il populismo. L’Enciclopedia Treccani così ne riassume la storia: «Il populismo è un movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia sul finire del 19mo secolo. Voleva raggiungere, attraverso l’attività di propaganda svolta dagli intellettuali presso il popolo e con una diretta azione rivoluzionaria (culminata nel 1881 con l’uccisione dello zar Alessandro II), un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, specialmente dei contadini, e la realizzazione di una specie di socialismo basato sulla comunità rurale russa, in antitesi alla società industriale occidentale».
 

Col tempo il significato del termine populismo ha perso di vista l’azione rivoluzionaria per sposare un’altra prospettiva: quella di un leader convinto di poter incarnare le aspettative immediate del suo popolo. Una concezione plebiscitaria rappresentata, nel secolo scorso, soprattutto dal presidente argentino Juan Domingo Peròn (1895-1974).

L’esperienza peronista produsse parecchi imitatori in America Latina, continente di cacicchi e dittatori. Ma la tentazione populistica dilagò a macchia d’olio anche in Europa occidentale, essendo il populismo un fenomeno bifronte, bipartisan, elastico e ambidestro, riscontrabile nei regimi autoritari e nei sistemi democratici, nelle forze di destra e in quelle di sinistra.

Proprio per evitare equivoci, Luigi Sturzo (1871-1959) risolse il ballottaggio tra la dizione di Partito del Popolo e quella di Partito Popolare optando per la seconda. Un conto era ed è il popolarismo, un conto era ed è il populismo. Infatti. La parola popolarismo indica partecipazione della persona alla vita civile, mentre il vocabolo populismo richiama concetti collettivi come Stato, società, classe. Tutt’altra roba, quest’ultima, dal personalismo sturziano, più vicino a una categoria di pensiero ordoliberale.

Sventato il rischio del fraintendimento tra populismo e popolarismo - non a caso Alcide De Gasperi (1881-1954) è stato il leader italiano più refrattario alle seduzioni plebiscitarie del potere -, l’avvento della videocrazia ha rilanciato sotto tutte le latitudini l’offerta politica del populismo tanto che il francese Guy Hermet, tra i principali studiosi del fenomeno, ha indicato in Forza Italia un esempio di «neopopulismo mediatico».

Le affermazioni elettorali di Beppe Grillo e Matteo Salvini in Italia e di Marine Le Pen in Francia hanno riportato il populismo al centro della scena, spaccando la tribuna stampa in due fazioni, in due correnti di pensiero contrapposte. Per alcuni osservatori il populismo è una forma di demagogia politica non esente da atteggiamenti criptofascisti. Per altri il populismo costituisce una risposta legittima, e non meritevole di delegittimazioni, alla crisi dei partiti tradizionali che avevano segnato la storia della democrazia, non solo italiana. Della serie: in democrazia il popolo è sovrano e vince chi prende più voti.

Ma proprio le vicende del passato insegnano che finora tutte le manifestazioni di populismo , cioè di rapporto diretto quasi carnale tra il capo e la sua gente, non hanno mai fatto bene alla salute della democrazia, oltre che alle finanze pubbliche dei singoli Stati. Populismo significa promettere ai cittadini l’impossibile, altro che politica arte del possibile, perché nel nome dei voti elettorali ogni mezzo è lecito, compreso quello di premiare il debito anziché il risparmio. Populismo significa non indicare la filiera delle responsabilità che ogni decisione politico-amministrativa comporta. Populismo significa dar ragione all’istinto più che alla ragione, significa trascurare le conseguenze negative che una scelta demagogica può determinare.

Oggi, in Italia, sono Grillo e Salvini i principali alfieri del populismo, ormai sdoganato dopo decenni di cattiva reputazione. Ma, complice la componente telecratica, il sex appeal neopopulistico miete conquiste a destra e a manca, tanto da far apparire il mitico Guglielmo Giannini (1891-1960), simbolo doc del qualunquismo (pittoresca variante indigena del populismo nel secondo dopoguerra) come un simpatico e innocuo provocatore, «pornografo» lo definì spregiativamente Giovannino Guareschi (1908-1968).

Ma può uno Stato - il discorso vale per tutti i Paesi - rispettare gli impegni internazionali soprattutto in materia finanziaria affidandosi al fascino del populismo, che sarà pure un moltiplicatore di voti, ma che rappresenta l’antitesi di quello che è indispensabile per il risanamento dei conti? Bah. Invece, siccome nulla fa proseliti più del successo, dopo l’exploit di Marine Le Pen è tutto un susseguirsi di attestazioni, riabilitazioni e autocritiche a beneficio del populismo . Già in passato i programmi politico-elettorali contavano meno di zero. Col populismo saranno azzerati. Io e il popolo. Poi si vedrà.

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