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Lunedì 25 Settembre 2017 | 03:00

Patto d’acciaio contro il doping siderurgico versione cinese

di Federico Pirro*
Patto d’acciaio contro il doping siderurgico versione cinese

di FEDERICO PIRRO

L’avvio da parte del Governo con un altro decreto legge delle procedure di vendita dell’Ilva segna una nuova tappa nel percorso, già intrapreso sin dai tempi dall’Esecutivo guidato da Mario Monti e dal Parlamento con l’approvazione della legge 231 del 24 dicembre del 2012 per il salvataggio e il rilancio del più grande impianto siderurgico italiano.
 

Con quella legge com’è noto - che convertiva un decreto del Governo dei primi di dicembre dello stesso anno - si disponeva la facoltà d’uso dell’area a caldo del sito di Taranto, posto sotto sequestro senza facoltà d’uso da parte del Gip il 26 luglio del 2012, e la commercializzazione dei semilavorati che erano stati anch’essi sequestrati nel novembre successivo. Quella legge peraltro, con specifico riferimento allo stabilimento del capoluogo ionico, introduceva la categoria di “impianto di interesse strategico nazionale” che, in realtà, spiega e motiva la ratio profonda di tutti i provvedimenti assunti dai Governi Monti, Letta e Renzi che, nella consapevolezza del ruolo assolto dal Siderurgico tarantino sullo scacchiere dell’industria meccanica nazionale, hanno voluto assicurarne la continuità produttiva, anche se - lo sappiamo tutti molto bene - i grandi concorrenti esteri dell’Ilva vorrebbero invece che esso fosse posto fuori dalla competizione del mercato sia per ridurre le capacità impiantistiche in Europa che oggi risultano in eccesso insieme a quelle della Cina, e sia perché il sito tarantino - se funzionasse a pieno regime nel rispetto delle norme per la ecosostenibilità - sarebbe tuttora fortemente competitivo.

Il decreto legge del Governo - che si avvia in Parlamento alla sua conversione entro sessanta giorni - stabilisce che le operazioni di vendita dovranno concludersi entro il 30 giugno del 2016. Ora, sarà sufficiente tale periodo, sempre che in sede di conversione si confermi questo linite temporale massimo ? Dipenderà dall’avvio effettivo della procedura di evidenza pubblica, dai tempi di redazione della due diligence sulla società posta in vendita che sarà compiuta dall’advisor preposto alla sua valutazione e dal numero e dalla tipologia delle risposte che perverranno. Potrebbero infatti essere numerose, ma presentarsi inizialmente come dichiarazioni di semplice interesse, salvo poi precisarsi in una fase successiva in cui venisse compiuta dal venditore una prima scrematura di quelle pervenute. Vi potrebbero poi essere proposte di acquisto di singoli impianti e non dell’intera società. Anche per la vendita dell’Ilva da parte dell’Iri nel 1993-1995 furono necessari tempi tecnici abbastanza lunghi, avviati nel 1993 e conclusi solo il 28 aprile del 1995 con la girata delle azioni al Gruppo Riva.

Lo stabilimento di Taranto - che non ci si stancherà di ripetere è la più grande fabbrica d’Italia per numero di dipendenti diretti, pari a 11.234 - è il secondo impianto d’Europa per capacità a ciclo integrale, dopo quelli della Thyssen Krupp di Duisburg in Germania. E naturalmente ha un costo elevato, considerando anche gli interventi di ambientalizzazione che sono stati già eseguiti. Chi subentrasse ne dovrebbe sostenere presumibilmente altri e questo inciderebbe ovviamente sul prezzo. Così come bisogna considerare l’avviamento della fabbrica e il suo portafoglio clienti. Pertanto sarà un’operazione abbastanza costosa per chiunque fosse intenzionato a sostenerla.

Ora bisognerà verificare se si formeranno delle cordate di imprese italiane ed estere, o se invece si lascerà spazio ad un solo acquirente. In quest’ultimo caso, non sono molti i gruppi internazionali in grado di acquistare la società. Penso, in proposito, al primo produttore di acciaio al mondo rappresentato dal Gruppo Arcelor Mittal, a qualche gruppo cinese o coreano con la Posco. Fra gli Italiani nessuno sarebbe in grado di acquistare da solo, per limiti di risorse disponibili, la società o anche il solo sito di Taranto. Salvo che non si costituisca una newco che aggreghi - lo si afferma a puro titolo esemplificativo - anche alcuni grandi clienti dell’Ilva ovvero la Fiat Chrysler, la Fincantieri, Marcegaglia e qualche altro acquirente dei suoi prodotti di una certa taglia, insieme a possibili partecipazioni bancarie e al Fondo strategico italiano controllato dalla Cassa Depositi e prestiti, entrambe di minoranza e a tempo.

Oggi premono sul mercato europeo in fase peraltro di rallentamento prodotti siderurgici provenienti non solo dalla Cina, ma anche da altri Paesi europei extracomunitari che producono spesso al di fuori delle regole di tutela ambientale e della salute di cittadini e operai, vigenti nell’Unione Europea. Allora sarà interessante in proposito comprendere quanto la Cina - e non solo essa per la verità - vorrà impegnarsi in questi giorni alla conferenza mondiale su clima in corso a Parigi a produrre rispettando quelli che sono i parametri europei di ecosostenibilità. Così come bisognerà premere perché la Cina non sostenga più con incentivi le esportazioni siderurgiche che, inondando il mercato europeo, fanno concorrenza spietata alla sua industria dell’acciaio. In queste ultime settimane Eurofer, l’Associazione dei siderurgici europei, ha chiesto alla Commissione della UE dazi alle importazioni di prodotti provenienti dalla Cina e da altri Paesi extracomunitari. La partita in corso è perciò molto dura.

Il Gruppo Ilva dunque con i suoi impianti è dentro questo panorama competitivo in cui il nostro Paese ha interesse a conservarne la presenza, se vuole difendere il suo profilo di grande nazione industriale che non può rinunciare ad un settore strategico come quello siderurgico. Lo vollero i padri costituenti dell’Italia repubblicana quando assegnarono a Oscar Sinigaglia il compito di rilanciare l’industria pubblica del’acciaio.

*Università di Bari

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