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Giovedì 24 Maggio 2018 | 11:46

Rischi fatali se la Signora di Franca sfalderà l'Europa

di Giuseppe De Tomaso
Rischi fatali se la Signora di Franca sfalderà l'Europa
L’Europa si prepara a vivere l’anno della verità. Che non sarà il 2016, bensì il 2017, quando i francesi saranno chiamati alle urne per eleggere il Capo dello Stato. Altri sedici mesi di presidenza Hollande, poi nell’aprile 2017 sapremo se la Francia rimarrà fedele ai trattati europei o se invece avvierà le pratiche per il divorzio dall’euro e da altre creature partorite col timbro dell’unione comunitaria. La vittoria della famiglia Le Pen alle regionali d’Oltralpe non è (solo) un affare francese, cioè una questione nazionale. E non sarà neppure l’incipit di una reazione islamofoba contro clandestini o africani di religione musulmana. L’affermazione delle due signore Le Pen nel test elettorale di domenica scorsa potrebbe rappresentare l’inizio della fine per l’Europa unita se, nella primavera 2017, la Marine più celebre della politica parigina dovesse conquistare la leadership della nazione che fu di Napoleone Buonaparte (1769-1821) e di Charles De Gaulle (1890-1970).

L’Europa non gode di buona reputazione. È considerata una comitiva di governanti flaccidi, ambigui e inconcludenti. È ritenuta la responsabile, per colpa dell’euro, di un doloroso taglio del potere d’acquisto ai danni dei consumatori (specie in Italia). 

Èrappresentata, l’Europa, come una super-casta di burocrati privilegiati che, da Bruxelles, fanno più il brutto che il bel tempo. È raccontata come una fabbrica di leggi e leggine da tortura, in grado di mandare fuori di testa persino gli animi più pacati e riflessivi. Per capirci, la reputazione dell’Europa è inferiore a quella di un arbitro di calcio quando non assegna il gol dopo che la palla ha oltrepassato di un metro la linea di porta.

Eppure si deve a questa creatura, che colleziona più contestazioni di ruolo che attestazioni di stima, il più lungo periodo di pace mai conosciuto, da Lisbona fino agli Urali. Si deve all’Europa la coesistenza irenica tra nazioni, come la Francia, l’Inghilterra e la Germania che, per secoli, hanno concepito la guerra come prosecuzione della politica con altri mezzi. Si deve all’Europa la creazione del mercato di libero scambio, un traguardo che pochi lustri prima albergava solo nella mente di poveri illusi o di inguaribili idealisti. Ma si deve soprattutto l’Europa l’eutanasia degli Stati nazionali, del sovranismo assoluto, delle piccole patrie mai soddisfatte del proprio status momentaneo.

Al dunque, però, in vista dell’ultimo miglio, la corsa del Vecchio Continente verso l’Unione politica-politica si è imballata come càpita a un ciclista in deficit d’ossigeno in una salita sui Pirenei. La logica degli Stati nazionali ha ripreso il sopravvento, e di cessioni di sovranità neppure a parlarne. Per riprendere il filo dell’unità definitiva servirebbero, non solo in Italia, governanti di stampo degasperiano. Ma in giro non se ne vedono. Anzi, prevalgono gli irriducibili del nazionalismo, gli estremisti del pensiero, gli ultrà dell’euro-spappolamento costituzionale, i nostalgici del sovranismo statale assoluto. Il guaio è che queste pulsioni radicali anti-europee (sul piano internazionale) e anti-sistema (sul versante interno di ogni nazione) si stanno allargando a macchia d’olio, senza incontrare particolari ostacoli. Forse perché i nazionalisti-separatisti fanno breccia, con eguale passione, a destra e a sinistra, spaventando e oscurando gli orientamenti, le culture delle forze più responsabili (a loro volta poco fornite di un coraggio leonino).

L’aspetto più evidente (e paradossale) del successo dei movimenti anti-europei è che agli organismi comunitari viene addebitata la colpa (che in realtà dovrebbe essere una virtù) di un rigorismo finanziario che i singoli governi fanno sempre più fatica a rispettare (alternativa sospirata: più spesa pubblica. Come dire: bisogna dare più droga ai drogati). Di qui le crociate contro la (presunta) Spectre del denaro che - qui siamo in una forma di delirio visionario - costringerebbe gli Stati a politiche contrarie alla crescita e favorevoli alla speculazione internazionale (sic). Anche la famiglia Le Pen sa che l’immigrazione è un fenomeno irreversibile perché è tale da secoli, e sa anche che nessun Muro riuscirebbe a frenare l’esodo di persone in cerca di un avvenire più luminoso. Ma il problema dei migranti è un valido argomento, un efficace pretesto, per agitare la bandiera del nazionalismo, allo scopo di ridare agli Stati anche quei poteri concessi negli anni passati all’Europa comunitaria. Poteri che, lo capirebbe chiunque, verrebbero adoperati dai singoli governi per tentare di ritornare alle monete patriottiche; per contrastare le politiche di rigore sollecitate da Bruxelles e Francoforte; per ripristinare l’inflazione quale megatassa adatta ad alleggerire i debiti degli apparati pubblici a discapito dei fessi risparmiatori; per riapprodare alla monetizzazione del debito, tentazione di moltiplicazione cartacea stoppata dal Trattato di Maastricht, ma non ancora sparita dall’immaginario di molte nomenklature nazionali.

Inutile girare attorno. Ammazzare l’Europa, come intende fare il fronte dei Le Pen, significa aprire una partita dall’esito scontato: più instabilità, più insicurezza, più bellicosità, più povertà per tutti. Non è una bella prospettiva, specie per le aree deboli del Continente, a iniziare dal nostro Mezzogiorno. Non a caso le forze anti-europee e anti-sistema sono accomunate da un’identica strategia di comunicazione: scegliersi un nemico, e non dargli mai tregua. Sanno, i guru del fondamentalismo nazionalistico, che bisognerà indicare da sùbito un colpevole per giustificare il loro inevitabile fallimento. 

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