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Giovedì 23 Novembre 2017 | 03:02

La psicosi del tutti a casa
un vantaggio per il premier

Tra dieci mesi non sarà in gioco solo il destino politico di Matteo Renzi, ma la durata della legislatura. Il presidente del Consiglio ha alzato l’asticella: «Se perderò il referendum sulle riforme costituzionali, mi ritirerò dalla politica». Un’affermazione forte, audace, al limite della temerarietà. Un aut aut che, in passato, beffò un gigante come il generale francese Charles De Gaulle (1890-1970), la cui trionfale carriera politica venne stroncata da un flop referendario. Ma Renzi appare sicuro di superare l’ostacolo e di non dover gettare la spugna come accadde al fu presidentissimo d’Oltralpe. Appare sicuro di vincere sia perché ritiene che gli italiani apprezzeranno nuove regole del gioco in sintonia con la necessità di accelerare le decisioni dei governi, sia perché - in cuor suo - è convinto che quasi tutti i parlamentari (anche d’opposizione esterna e interna) si prodigheranno per il successo della consultazione referendaria. La bocciatura del quesito, infatti, non solo travolgerebbe il governo e il suo capo, ma porterebbe in un amen (fine 2016) allo scioglimento delle Camere. E però: quanti parlamentari si ritroverebbero nella condizione di essere rieletti? Pochini. Anzi, pochissimi. Una ragione in più per i peones di tutte le formazioni politiche - ragionano a Palazzo Chigi - per augurarsi la vittoria di Renzi nell’urna.

Più di un anno di stipendio e più di un anno con lo status di deputato o senatore in carica non sono benefit da gettare via. Meglio andare in cabina elettorale nel 2018 anziché agli albori del 2017: chi «tiene famiglia» non ha bisogno delle riflessioni di un redivivo Jacques de La Palice (1470-1525) per rendersene conto.

Non sappiamo come si concluderà la battaglia referendaria scatenata dalle riforme di Renzi. Sappiamo solo che sarà più incerta dell’attuale campionato di calcio e che le modifiche apportate alla Costituzione passeranno in secondo piano, nel giudizio degli elettori, rispetto all’azione quotidiana del governo e, soprattutto, rispetto alla situazione economica del Paese. Del resto, Renzi non fa mistero di auspicare un pronunciamento sulla sua figura. In soldoni. Se l’economia darà veri segnali di ripresa, il voto referendario non riserverà sorprese al Rottamatore. Se, invece, l’andamento economico rimarrà lento, tutto potrà accadere, persino il colpo di scena fatale.

A Renzi converrà, in questi mesi, concentrare l’agenda setting sulla materia costituzionale, anche perché gli argomenti dei contrari alla Grande Riforma faticano, per ora, a fare breccia nel muro elettorale. Intendiamoci. la revisione costituzionale non è un capolavoro. Alcuni punti restano controversi. Ma Renzi può giocarsi sul piano mediatico la semi-soppressione del Senato che, di questi tempi, può risultare cosa gradita a quanti identificano ogni istituzione in un privilegio di Casta. Può giocarsi, ancora, il presidente del Consiglio, il ridimensionamento dello status delle Regioni nei contenziosi con lo Stato centrale. E, si sa, le Regioni non godono di buona reputazione nei discorsi dell’opinione pubblica.

Viceversa, il Fronte del No alle riforme renziane sta ammassando le munizioni anti-governative soprattutto in questo arsenale concettuale: la novità costituzionale appare incompiuta su ruoli e poteri degli organi dello Stato, e concede troppi poteri ai futuri capi di governo, a scapito delle funzioni di garanzia svolte dal Quirinale. Se il referendum supererà la prova, osservano i critici, verrà introdotta surrettiziamente l’elezione diretta del primo ministro, traguardo in antitesi con la natura tuttora parlamentare della Repubblica italiana.

Gli allarmi sugli eccessi di poteri che graviterebbero nella stanza dei bottoni occupata dai premier sembrano, allo stato dell’arte, più contraddittori di un quadrato con ambizioni di rotondità. Liberiamo il terreno dai ragionamenti di convenienza. Qual è l’accusa più ricorrente rivolta da due anni a Renzi? Eccola: essere arrivato a Palazzo Chigi senza legittimazione popolare, quasi con un golpe. Ma nessun presidente del Consiglio è diventato tale su mandato popolare, per la semplice ragione che la nostra rimane una Repubblica parlamentare, non presidenziale. Anche Silvio Berlusconi e Romano Prodi, i principali protagonisti della Seconda Repubblica, non conquistarono lo scettro del governo contando i voti personali ricevuti dagli elettori. Salirono a Palazzo Chigi perché leader di coalizioni, non perché plebiscitati dai cittadini. I loro mandati non coincisero quasi mai con l’intero arco di una legislatura: infatti i due, Silvio e Romano, vennero sostituiti da altri premier (alcuni tecnici non parlamentari, come Carlo Azeglio Ciampi e Lamberto Dini), ancora più lontani da un voto di legittimazione popolare (tra l’altro, in Italia, si vota per il candidato di collegio, non per l’aspirante primo ministro).

Ricapitoliamo, per uscire dal labirinto. Molti anti-renziani lamentano che Renzi faccia il premier senza un’investitura dal basso. Ma gli stessi anti-renziani si oppongono a una riforma che colmerebbe questa lacuna attraverso un’investitura, sia pure indiretta, del premier da parte del corpo elettorale. Ma dicendo no a questa novità tutti i futuri capi dell’esecutivo non disporranno della legittimazione popolare, così com’è avvenuto finora. Solo i sistemi presidenziali, infatti, si fondano sulla scelta diretta da parte degli elettori. Ma nessuno vuole parlare di presidenzialismo, modello accomunato a forme spurie di autoritarismo, nonostante gli esempi non negativi di Usa e Francia. Un rompicapo: Renzi sbaglia perché governa senza i voti popolari, ma Renzi sbaglia perché vuole, tutto sommato, «presidenzializzare» il sistema. Che fare, allora? Niente. In Italia solo chi non fa nulla può campare cent’anni. Appena ti muovi, il fuoco amico ti massacra.

In fondo, cosa chiede il premier? Una riforma che doti il governo degli stessi poteri che esercitano gli altri governi democratici. È vero che le democrazie muoiono di decisionismo, ma è altrettanto vero che spesso cadono per eccessi di indecisionismo. Ciò detto, non vogliamo osannare la riforma renziana, che presenta aspetti poco chiari e assai discutibili, ma le modifiche costituzionali censurabili sono altre, non quelle contestate negli ultimi mesi.

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