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Sabato 23 Settembre 2017 | 12:58

Il «salto della quaglia» nel fenomeno Checco Zalone

di Oscar Iarussi

Un motivo scoraggerebbe questo articolo su Quo vado?, il nuovo film di Gennaro Nunziante, con Luca Medici/Checco Zalone. Ed è la dichiarazione di quest’ultimo, ribadita più volte nei giorni scorsi: «Voglio solo far ridere, non faccio sociologia». Naturalmente ci riesce, in una commedia meno rapsodica e «musicarella» delle precedenti, e a tratti più «pensosa» intorno al rovello di mantenere il posto fisso.

È un nucleo tematico che Nunziante e Medici debbono aver covato nei due anni di scrittura e preparazione, captando il «cambio di stagione» in corso nel Paese, sul finire - si spera - della grande crisi. Archiviato il berlusconismo di governo, è toccato ad altri intercettarne gli «spiriti animali» (orsi polari contro gufi nostrani; onanismo qua e là). Parliamo dell’insofferenza verso le tutele del lavoro che si sono tradotte talvolta in privilegi, stridenti in tempi di penuria, o della sufficienza con cui vengono considerati i sindacati. Sono umori che il premier Matteo Renzi ha fatto suoi, li ha agitati nello shaker insieme con un’indistinta voglia di cambiare e con il disagio dei giovani precari per statuto, e li ha twittati a gogò. Il cocktail finora è stato abbastanza gradito anche perché il desiderio di mobilità, di innovazione o di «rottamazione» è apparso un antidoto al «declino italiano» e un recupero dell’orgoglio patrio.

È giusto questo il carattere primario di Checco Zalone nel film, che d’altro canto riserva sfumature ambientaliste degne di Adriano Celentano dalla via Gluck alla foca monaca. Il protagonista di Quo vado? è disponibile a cambiare tutto nella sua vita pur di tutelare il posto fisso (un tocco di gattopardismo nel bestiario italiano c’è sempre). Infatti Checco accetta mansioni, demansionamenti e trasferimenti al circolo polare artico o in Calabria, impostigli dalla dottoressa Sironi del Ministero (Sonia Bergamasco), senza lamentarsi più di tanto. Ogni volta risolve la fregatura in un vantaggio all’insegna della scanzonata voglia di vivere e dell’amore.

Se fino a ieri il Nostro era abituato a tiranneggiare la fidanzata, all’improvviso è pronto ad adeguarsi al milieu familiare della nuova compagna Valeria (Eleonora Giovanardi): figli avuti da più padri e di fedi diverse, unificati dall’ecumenica panzerottata; ricordi di varie stagioni sentimentali (inclusa quella «equina»); nudismo e altre abitudini eccentriche per un ragazzo di provincia e un po’ rétro. Checco Zalone accoglie e semplifica qualsiasi cosa, riscattando l’Italia dal complesso di inferiorità nei confronti dell’Europa nordica, una Norvegia insulare bella e impossibile, depressa dalle regole o dal buio a mezzogiorno.

Quanto al Mezzogiorno geografico, l’almanacco surreale di Checco Zalone riserva locuzioni pugliesissime, non prive di regressioni folkloriche, e attinge con originalità alla tradizione dei meridionali in trasferta dei Totò, Peppino e Banfi (bravissimo nel gustoso ruolo del senatore Binetto di Quo vado?). Si rinverdisce così una capacità di adattamento del terrone, «non per compassione, non per commozione, ma per educazione», come il protagonista del film spiega al cacciatore di quaglie in procinto di regalare la prelibatezza al «posto fisso», dopo aver ottenuto la relativa licenza.

Una sorta di «salto della quaglia» rispetto alle intenzioni di Nunziante e Medici si sta producendo grazie alla trionfale cavalcata degli incassi. A suonare la carica è stato Renzi quando ha «schierato» il fenomeno sul fronte opposto dei cosiddetti «radical chic».
Non sappiamo a chi si riferisca il presidente del Consiglio, anche perché i due baresi d’oro fin da Cado dalle nubi (2009) hanno suscitato molte invidie, ma non stroncature feroci. In proposito, da altri, Totò viene citato a vanvera: il principe De Curtis venne criticato aspramente dai recensori e rivalutato solo post mortem.

Mentre il fenomeno Zalone spinge più d’uno, anche sui social, a fomentare la rivolta contro le élites che è una caratteristica degli ultimi anni, nutrita dai leaderismi/pupulismi di quanti vagheggiano l’uomo solo al comando. Laddove per élites si possono intendere le classi dirigenti, i gruppi caratterizzati dalle competenze, la pubblica amministrazione di livello, gli intellettuali, gli artisti come Nunziante e Medici, il ceto politico e persino chi governa.

Ebbene, il film andrebbe tenuto al riparo. Perché i successi di massa si prestano alla metafora, tuttavia le metafore di massa risultano spesso a somma zero, sono passatempi nutriti dall’euforia onnivora e vacua dei mass media (l’eros è forse cambiato dopo il boom delle Cinquanta sfumature di grigio?). E poi perché la persona più prossima ai radical chic vista sullo schermo di recente è proprio Valeria, la ragazza di Checco.

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