Venerdì 22 Giugno 2018 | 15:28

Al premier conviene
rianimare il centrodestra

Al premier conviene rianimare il centrodestra

di Giuseppe De Tomaso

Se io fossi il presidente del Consiglio farei il diavolo a quattro per rianimare la creatura politica di Silvio Berlusconi. Non già perché, come ironizza il super-corrosivo Maurizio Crozza, il Rottamatore è il vero figlio politico dell’ex Cavaliere, ma perché solo un centrodestra rivitalizzato potrebbe risparmiare al governo in carica un 2016 carico di suspense come un film di Dario Argento.
Allo stato attuale, nonostante le vicissitudini bancarie della famiglia Boschi, l’inquilino di Palazzo Chigi non rischia alcuno sfratto. L’opposizione interna al Pd si è solo sistemata sulla riva del fiume. Il centrodestra non sa che pesci prendere, che candidati trovare e che sigle/alleanze brevettare per giustificare la prossima probabile retrocessione elettorale.

L’ opposizione grillina attende solo la fatidica ora X, nelle urne, per trasformarsi da squadra anti-sistema in asso pigliatutto per un nuovo sistema. L’alternativa leghista aspetta solo di fare il botto nell’Italia del Nord e di ottenere un voto in più dell’area riconducibile al Magnate di Arcore. Di fatto la principale spina nel fianco del premier vive a Bari, fa il presidente della Regione Puglia e si chiama Michele Emiliano.

Perché, allora, al posto di Matteo Renzi ci danneremmo l’anima per ridare un po’ d’ossigeno alle sfiatate truppe berlusconiane? Perché se l’esercito dell’ex Cavaliere si disintegrasse in un più domestico «8 settembre», a esultare sarebbe soprattutto il nocchiero dei Cinque Stelle. Che trasformerebbe le prossime vigilie elettorali dell’ex sindaco di Firenze in un incubo da infarto.

Renzi ha concepito il nuovo modello elettorale (detto Italicum) con l’obiettivo di introdurre il bipartitismo in Italia. Sarebbe una rivoluzione per la storia politica del Paese, segnata da una sorta di consociativismo permanente e strisciante. Nello schema renziano, lui, il premier-segretario, avrebbe capeggiato i «democratici» e un post-berlusconiano avrebbe guidato i «conservatori». Ma la crisi politico-economico-istituzionale ha fatto sì che le forze in grado di competere per il primato non siano più due, semmai un po’ di più. In primis il fenomeno Grillo, che potrebbe risultare il più automatico beneficiario dello sfaldamento berlusconiano.

Il 2016 riserva a Renzi un paio di appuntamenti al cardiopalma. Il primo consiste nelle amministrative di giugno. Se il Pd dovesse uscire scornato dalle sfide nei Comuni più significativi dello Stivale, per il premier comincerebbero i guai: la minoranza interna piddina riacquisterebbe fiducia, gli alleati centristi si guarderebbero attorno, le votazioni partamentari sui provvedimenti del governo si trasformerebbero in Vietnam quotidiano. Per l’esecutivo sarebbe l’inizio del calvario. E per il suo capo l’incipit di un declino. Renzi ha, perciò, assolutamente bisogno di vincere o, perlomeno, di non uscire battuto nel test delle comunali. Anche perché una sua vittoria lo rilancerebbe nel referendum (ottobre) sulla riforma della Costituzione, che il suo autore-mattatore intende promuovere a referendum sulla sua figura.

In teoria, il referendum confermativo sulla riforma Boschi non dovrebbe creare patemi d’animo in un leader che dà il meglio di sé davanti alle telecamere e nelle piazze. Ma se l’indice di gradimento verso il governo dovesse calare, anche il risultato referendario traballerebbe assai, sulla scia dell’offensiva grillina e dell’intero partito trasversale anti-renziano.

Le incognite non sono terminate. Lo stesso futuro approdo dell’Italicum al cospetto dei giudici costituzionali potrebbe generare qualche travaglio o addirittura determinare qualche colpo di scena, alla luce della pesante requisitoria con la quale la Consulta affossò il Porcellum , il modello elettorale dei nominati. Ma l’elezione (alla Consulta) del costituzionalista Augusto Barbera, già autore, con Giuliano Amato, di un testo chiave (Manuale di diritto pubblico) per gli studenti, dovrebbe sventare il pericolo. Barbera è un tifoso della democrazia (bipartitica) anglosassone e Amato dovrebbe aver sbollito la rabbia per la mancata successione, un anno fa, a Giorgio Napolitano, al vertice della Repubblica.

Dunque. Sono le amministrative il primo e più insidioso evento, per Renzi. Se Berlusconi, o chi per lui, riprendesse vigore, per il premier sarebbe una buona notizia: ai ballottaggi si presenterebbero un candidato di centrosinistra e uno di centrodestra, con buone chance di affermazione per chi ora dirige l’orchestra governativa. Ma se ai ballottaggi arrivassero i candidati pentastellati, la prospettiva renziana potrebbe complicarsi, dal momento che sul nome grillino potrebbero confluire gli elettori di destra, centro e sinistra ostili al Royal Baby. E per Matteuccio sarebbero cavoli amari.

Berlusconi, però, anche per l’età che corre, sembra attraversare il periodo più fiacco della sua avventura politico-imprenditoriale. Persino nel suo impero industriale la definizione-pianificazione del comando prossimo venturo (Fedele Confalonieri viaggia sulle 80 primavere) non è ancora all’ordine del giorno, a differenza, ad esempio, di quanto accade alla Fiat tra Sergio Marchionne e John Elkan. E se l’ex premier non si preoccupa più di tanto della governance futura di Mediaset e altri feudi, figuriamoci per il suo partito e per la politica. L’impressione è che l’ex Cavaliere stia davvero pensando di scendere di sella, ad Arcore e a Roma. 

Renzi non può gioire per le incertezze nel centrodestra. Per lui e per il Pd è sempre meglio sfidare Silvio o i suoi vassalli anziché la variabile indipendente chiamata Grillo. Ecco perché nei panni di Renzi faremmo la respirazione bocca a bocca all’ex Cavaliere e alla sua creatura, anche se questa pratica, oggettivamente, non risulterebbe gradita a nessuno dei due.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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