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Sabato 23 Settembre 2017 | 13:11

Banche e Ilva, il pugno tedesco
la debolezza di chi ci governa

ILVA

GIUSEPPE DE TOMASO

Firmare le carte senza leggere quanto vi è scritto dev’essere un vizio tutto italiano, che non riguarda solo la gente comune. Ultimo caso: il bail in bancario (in vigore da gennaio 2016), che impone agli istituti di credito di affrontare gli eventuali fallimenti non più rivolgendosi all’esterno (bail out), pesando su tutti i contribuenti, ma chiamando in causa i propri azionisti, obbligazionisti e depositanti (bail in). I politici italiani di destra e sinistra, di casa in Europa, avevano votato il provvedimento senza particolari esitazioni. La stessa Lega si era astenuta. Forse i più informati lo avevano approvato sulla base dell’esperienza più recente: fatta eccezione per il Monte dei Paschi di Siena, l’Italia non aveva mai fatto ricorso alla finanza pubblica per coprire le perdite del suo sistema bancario. L’ex premier Mario Monti si era rifiutato platealmente di farlo, con una decisione che tuttora è incubatrice di polemiche e rimpianti. Eppure la Germania tanto ammirata da Monti aveva salvato le proprie banche rivolgendosi alla fiscalità generale (bail out) per una cifra imponente, vicina al 6 per cento del Pil tedesco. Ma, una volta risanato il proprio sistema creditizio, la Germania ha pensato bene di caldeggiare il bail in , per impedire agli altri, e soprattutto all’Italia, di salvarsi alla tedesca, utilizzando il bail out.
Segno che le vicende finanziarie dello Stivale preoccupano Frau Angela e i suoi elettori più dei buchi ellenici e delle scelte di Tsipras.

Il cruccio teutonico è noto. L’elevato debito pubblico italiano è in gran parte sostenuto dal sistema bancario che ha sottoscritto un mare di titoli di Stato. Ma se il debito pubblico continua a salire - ragionano i tedeschi - a rimetterci potrebbe essere il mondo del credito italiano, con ripercussioni nel resto d’Europa. Di qui la diffidenza tedesca, fino al limite del sabotaggio, verso le posizioni o gli interessi immediati dei governi romani. Bisogna dire, per onestà, che gli esecutivi della Penisola fanno il possibile e l’impossibile per rafforzare i pregiudizi e le ostilità di Berlino nei nostri confronti. Basti pensare alle varie manovre finanziarie, compresa la Legge di Stabilità testè approvata, tutte improntate a logiche di consenso, a criteri di democrazia acquisitiva, a retropensieri di mance clientelari (ed elettorali). Alla Merkel si rizzano i capelli. E dal momento che governa la nazione economicamente più cospicua del Vecchio Continente, lei non resiste alla tentazione di far pesare la legge (del più forte), da applicare innanzitutto all’Italia, per tutti i settori, fino all’acciaio dell’Ilva. Cosicché gli aiuti di Stato vanno bene quando premiano la Germania, invece vanno male, cioè sono inaccettabili, quando riguardano l’Italia.

Non sappiamo se Matteo Renzi abbia scelto la strada migliore, in questi giorni, contestando frontalmente l’egemonismo tedesco. Quando si sfidano i più forti bisogna fare attenzione, insegnava Niccolò Machiavelli (1469-1527), che sollecitava i più deboli a non rischiare, semmai ad allearsi con i più potenti. Ma che la Germania non sia particolarmente benevola nei nostri confronti non è una grande scoperta. È una questione antica, che travalica gli ambiti dell’economia. La diffidenza è storica e reciproca. Se gli italiani ammirano i tedeschi, ma non li amano, viceversa i tedeschi sorridono agli italiani, ma non li stimano. È ovvio che, gestendo la finanza pubblica con l’approccio del debitore incallito, gli italiani non riusciranno mai a convincere quelli di Berlino di essere diventati seri e affidabili come cittadini svizzeri. Il che induce la padrona d’Europa a forzare la mano, trasformando la legislazione europea in un codice con l’elastico (ai nostri danni). Quando è la Germania ad aver bisogno di sostegni pubblici (vedi per la stessa riunificazione tedesca, oltre che per il risanamento del suo apparato creditizio) nulla quaestio. Quando, invece, è l’Italia ad aver bisogno di aiuti pubblici (vedi il caso dell’Ilva, un’azienda che avrebbe bisogno di essere nazionalizzata per essere immediatamente ricollocata sul mercato, perché nessun privato accetterebbe di rilevarla in queste condizioni, con la spada di Damocle delle inchieste giudiziarie sulla testa) apriti cielo. Non se ne parla proprio. Del resto anche una lettera di complimenti da parte del nostro governo a un attore italiano che vincesse l’Oscar del cinema verrebbe sùbito bollata, all’estero, come il classico inammissibile aiuto di Stato. Figuriamoci un intervento per l’Ilva.

Diciamolo. I tedeschi fanno i loro interessi. Su tutto. Su banche e acciaio, per non uscire fuori tema. Sono gli italiani a non saper curare i loro interessi, a cominciare dalla necessità di tagliare il debito pubblico per non cadere sotto la mannaia della nomenklatura di controllo europea. Se poi si aggiungono i pasticci quotidiani su interpretazioni e gestioni dei casi più spinosi, il quadro è completo.

Prendiamo il caso Tercas, la più importante banca abruzzese, rilevata dalla Popolare di Bari, su sollecitazione di Banca d’Italia, per essere risanata (come sta già avvenendo). Di fronte alla letterina europea sui presunti aiuti di Stato (tesi ardita assai), le autorità italiane hanno cincischiato non poco, prima di giungere a una soluzione condivisa, per altro subito apprezzata (o forse suggerita?) dalla stessa commissione europea, che ha elogiato l’istituto di credito di Bari leader nel Centro-Sud. Ma a Roma non potevano agire con più chiarezza, decisione e tempestività per scongiurare sviluppi beffardi?

Morale. I tedeschi sono tedeschi. Se possono approfittare delle incertezze italiane, non si tirano indietro, come dimostra il niet sull’intervento pubblico per l’Ilva. Ma anche gli italiani sono italiani. Distratti quando firmano gli accordi, salvo poi contestarli ad approvazione avvenuta. E indisciplinati quando governano, e quando ignorano, o fanno finta di ignorare, che il padre di tutti i problemi nazionali si chiama debito pubblico.

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