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Venerdì 22 Settembre 2017 | 15:41

Lezione d’economia nel film di Zalone

di Giuseppe De Tomaso


«Quo Vado», l’ultimo film di Checco Zalone, è destinato a far discutere non solo perché quasi certamente batterà tutti i record di incassi, ma perché costituisce un saggio più politico che cinematografico sulla cultura profonda che ha plasmato il Belpaese da 50-60 anni ad oggi: il mito, la mistica del posto fisso, ovviamente pubblico. La cultura del posto fisso, alimentata dalla grande mamma democristiana, con la sostanziale benevolenza dello zio comunista, non è estranea all’esplosione del debito pubblico italiano, che ha raggiunto livelli tali da indurre la Cancelliera tedesca a invocare in Europa misure così restrittive, da sembrare concepite essenzialmente per bacchettare quegli incoscienti degli italiani.

La stessa riforma dei salvataggi bancari passati, da gennaio 2016, dal soccorso esterno (bail out) al soccorso interno (bail in) nasce in questo modo: la Merkel è convinta che il debito pubblico italiano vada cercato e trovato nel mega-risparmio delle nostre famiglie e, come tale, esso debba essere ridotto solo attingendo dalle tasche e dai conti privati della Penisola. Che poi il bail in (che chiamerebbe azionisti, obbligazionisti e anche correntisti a pagare il dissesto di un istituto di credito) possa incidere su uno dei punti fermi del sistema bancario, ossia la custodia e la tutela del diritto di proprietà di terzi, poco importa.

Pazienza, pensano gli eurocrati che hanno introdotto questa norma, se la restituzione del risparmio depositato non sarà più un dogma. Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto. Peggio per l’Italia se è rimasta a guardare e se le sue banche, come teme l’economista Luigi Zingales, avranno più vincoli e freni nella concessione del credito. Guai ai vinti e ai deboli. No?

Ciò detto, bisogna convenire che l’Italia non è innocente. Il film di Zalone e Nunziante offre una radiografia corrosiva e impietosa, ma fedele, della cultura mediterranea (più che italica) all’origine del dissesto, non solo economico, ma anche e soprattutto civile e morale di una vasta area geografica. Infatti, sarà una professionista di cultura norvegese a trasformare il protagonista del film: da difensore accanito del privilegio (il posto fisso) in cittadino che si converte, che accetta di mettersi in gioco, liberandosi della Sud-ditanza psicologica, prima che politica, nei confronti del Potere. Un potere classico all’italiana: paternalistico e rassicurante, complice e irresponsabile.

Ma il deficit di «capitale umano», recuperato strada facendo da un rinato e redento Zalone, non deriva dalla convinzione di massa che, alla fine, come al solito, un grande pasto gratis sfamerà tutti. Anche perché, oggi, sono una moltitudine i ragazzi che, diversamente dal personaggio interpretato da Zalone nella prima parte del film, non cercano il posto fisso, ma il guadagno preceduto dal rischio; che non rincorrono la protezione, ma la libertà di fare. Il deficit di «capitale umano» che si riscontra in Italia e nel Sud in particolare deriva dall’incredibile concezione secondo cui la ricchezza di uno Stato è una variabile indipendente che si riproduce automaticamente, come una chioma appena sfoltita dal parrucchiere.

Il regista Nunziante, con un paradosso tutt’altro che infondato, ricorda che la democrazia italiana deve parecchio alle super-infornate di statali, perché, senza quelle assunzioni pletoriche, avrebbe prevalso la prospettiva comunista. Un’operazione politica (l’affollamento degli uffici pubblici), giustificata anche con la vulgata economica del keynesismo, con il pasto gratis a oltranza in salsa italiana. John Maynard Keynes (1883-1946), cui, da buon britannico, non mancava la dose giornaliera di umorismo, amava definirsi un «immoralista», quasi presagendo gli effetti patogeni che l’utilizzo ininterrotto della sua medicina (il consumo è più efficace del risparmio, il deficit spinge la produzione più del rigore) avrebbe provocato. Risultato: il disprezzo del risparmio, affidato alle logiche spensierate di larghi settori della nomenklatura politico-burocratica, ha generato l’idea perversa secondo cui ciò (il risparmio) che può rendere ricca una persona può rendere povero uno Stato, mentre ciò (la spesa in deficit) che può rendere povera una persona può rendere ricco uno Stato. Il che, talora, potrebbe persino verificarsi. Ma non a tempo indeterminato, come invece si tende da sempre a credere in Italia.

Perché è istruttivo e pedagogico il film di Zalone? Perché racconta il passaggio (inevitabile), anche in Italia, dall’era del «pasto gratis per tutti» all’era del «nessun pasto è gratis». Perché dimostra che lo «scontro di civiltà», fra senso di responsabilità del Nord Europa e senso di irresponsabilità del Sud Europa, resta tuttora un conflitto irrisolto, che precede di parecchio gli «scontri di civiltà» a sfondo religioso prefigurati da Oriana Fallaci (1929-2006) e dai suoi epigoni. Perché dimostra che cambiare e migliorarsi è possibile. Basta volerlo.

Lo Stato è l’istituzione meno indicata a svolgere il compito del Grande Pedagogo, almeno in Italia. Ma alla rinascita morale del Malpaese, adombrata da Zalone nel finale di «Quo Vado», servirebbe un bel tris di sfide educative: l’educazione civile, l’educazione economica, l’educazione alla modernità. Ne saremo capaci? Il film di Zalone contribuisce a ricordarci l’obiettivo. Per questo, non si limita a far ridere.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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