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Analisi

La rivoluzione interrotta (e incompresa) dello «straniero»

De Tomaso da oggi in Rai  ricorda i giorni della Storia

L’Italia, non quella del pallone, deve molto a loro, agli stranieri o, meglio, agli italici, cioè a quegli italiani dal vissuto o dalla cultura internazionali. Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861), tessitore dell’Unità d’Italia, ragionava e scriveva meglio in inglese che in italiano. Anche il suo avversario-alleato Giuseppe Garibaldi (1807-1882), non a caso soprannominato l’Eroe dei due Mondi, era un patriota formatosi e allenatosi all’estero.

E così il trentino Alcide De Gasperi (1881-1954), ricostruttore del Paese dopo le rovine della Seconda guerra mondiale. Nel curriculum degasperiano si può leggere del mandato parlamentare nella massima assemblea austriaca. E che dire di due intellettuali del calibro di Luigi Sturzo (1871-1959) e di Gaetano Salvemini (1873-1957), il cui esilio in America influirà moltissimo sulle battaglie di libertà e modernità da loro sostenute fino all’ultimo?

Tutti i protagonisti sopra citati erano, fra loro, diversi come il sole e il mare, ma avevano una cosa in comune: non possedevano i vizi tipici (scarso senso dello Stato e menefreghismo individuale) degli italiani, tanto da apparire come stranieri in patria, come forestieri a casa loro. Avvalorando così la sensazione che senza stranieri in campo non si sarebbe realizzata né l’Unità né la Ricostruzione del Belpaese.

L’ultimo straniero o italico meritevole di entrare di diritto nel Pantheon dei Grandi ri-provenienti da oltre frontiera è venuto a mancare lo scorso 25 luglio. Si chiamava Sergio Marchionne e non aveva ancora completato un’impresa ritenuta sovrumana da tutti: portare i simboli della manifattura italiana sul tetto del mondo industriale.

Su Marchionne in queste settimane si è scritto, letto e detto di tutto. Si è sottolineato, in particolare, il miracolo, da lui realizzato, di resuscitare un’azienda - la Fiat - data per defunta non solo dai numeri, ma anche dalla speranza. Ma Marchionne ha fatto molto di più, come si deduce da un libro fresco di stampa, intitolato non a caso Lo Straniero (300 pagine, Rizzoli editore, 15,90 euro), il cui autore, Paolo Bricco, conosce come pochi la realtà industriale (non solo) della Penisola.
Perché l’imprenditore-manager italo-canadese ha fatto molto di più che rianimare il colosso torinese? Innanzitutto perché, a scorrere le pagine del volume di Bricco, emerge la distanza siderale tra il modo di fare e ragionare (da calvinista) dell’italico Marchionne e il modo di fare e ragionare (da pressappochisti) di larga parte degli italiani, a partire dalle classi dirigenti.

Pagina dopo pagina, pensiero e azione si rincorrono, in Marchionne, come Coppi e Bartali. L’ossessione (etica) del lavoro, manifestata dall’uomo con il pullover nero, è così dominante da far sentire uno sfaccendato, un perditempo, un acchiappanuvole chiunque si avvicini al testo di Bricco. E poi quell’ideificio permanente racchiuso nel cervello di Marchionne. E ancora quei prodigi produttivi, non soltanto in terra italiana, ma anche o soprattutto al di là dell’Atlantico.

Lo Straniero non si limita a riportare la Fiat sul proscenio. Né si limita a preservare le fabbriche sullo Stivale respingendo il pressing di tutti gli analisti che gli suggeriscono di delocalizzare tutto all’estero. Lo Straniero risparmia a Detroit (Michigan), la capitale dell’auto, un destino simile a quello patito dalla Troia di Omero e che Giulio Cesare (100-44 avanti Cristo), visitando i resti della città dell’Iliade, avrebbe sintenizzato così: «Etiam perierunt ruinae» («Anche le rovine sono andate distrutte»). È soprattutto merito di Marchionne se a un certo punto s’inverte la tendenza che sta conducendo Detroit alla definitiva desertificazione. La rinascita di Chrysler ridà vigore alle altre sue due case automobilistiche concorrenti e ridà ossigeno alla stessa città, che vede finalmente fermarsi uno spopolamento sempre più inarrestabile. Oggi, addirittura la Detroit Area si concede il lusso di attirare molti più investimenti della Silicon Valley (22,7 miliardi di dollari, negli ultimi anni, contro 564 milioni di dollari). Un ribaltone di cifre, tra manifattura e informatica, che solo pochi anni prima sarebbe apparso più inverosimile di un ingaggio di Cristiano Ronaldo da parte del Bari.

È il mix tra lavoro e innovazione la carta vincente di Marchionne, è il cocktail tra impresa e ricerca, è il binomio tra spirito di sacrificio e cultura del risultato (non della procedura). Sono, questi, i presupposti che portano Serghio, come lo chiamano in America, a rivoltare come un calzino anche gli stabilimenti italiani. I consuntivi sulla Penisola non saranno paragonabili ai fatturati e alla redditività negli States, ma segneranno pur sempre un’inversione di rotta, a cominciare dalla mentalità in azienda.

All’Italia servirebbe un Marchionne così come è servito alla Fiat e alla Chrysler. Solo così il Paese potrebbe riprendersi dal torpore che lo ha portato ad occupare l’ultimo posto in Europa nel ranking della crescita. Ma i Marchionne, in Italia, sono visti come fumo negli occhi. Non piacciono. Non piacciono perché a dispetto dell’articolo primo della Costituzione, la nostra Repubblica sembra fondata più sul riposo che sul lavoro. E l’assillo di Marchionne per il lavoro, per il recupero della produttività, per la redditività delle imprese, deve apparire, al fiacco idem sentire del Sistema, più esecrabile di una bestemmia sull’altare.

C’è chi dice che solo uno choc drammatico potrebbe svegliare gli italiani dall’indifferenza verso la crescita economica e dall’ostilità verso i fattori della produzione. C’è chi dice che solo dopo uno choc di tale gravità potrebbe spuntare un outsider alla Marchionne che sparigli tutto e riscriva l’agenda di lavoro. Ma non è detto che un trauma sconvolgente possa scatenare gli effetti benefici desiderati. Ci sarà sempre qualcuno che attribuirà ogni colpa a un nemico esterno, non già ai responsabili interni del Sistema. E questo qualcuno, siatene certi, non resterà isolato, anzi verrà affiancato e applaudito da molti.

Conclusione. Molta ipocrisia è trasudata nelle necrologie per Marchionne. L’Italia sta agli antipodi della sua lezione, né vuole apprenderne qualche capitolo. Forse anche per questa ragione il salvatore della Fiat ha voluto essere sepolto in Canada. Straniero era per l’Italia e straniero è rimasto.
Giuseppe De Tomaso
detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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