Lunedì 16 Luglio 2018 | 16:24

Al 90esimo minuto il pressing per salvare i biancorossi

Giancaspro si arrende: il Bari aperto ad altri soci

Il presidente del Bari Cosmo Giancaspro

Sosteneva un mito della finanza che dopo il sesso, il pallone è il modo più bello per perdere soldi. Chissà se è davvero eccitante perdere quattrini illudendosi di presiedere una squadra di calcio. Di sicuro, scusate il bisticcio, è il sistema più sicuro. A meno che il mecenate (si fa per dire) pagatore degli inseguitori di una palla non possegga il proverbiale tocco d’oro del leggendario re Mida che trasformava in gingilli aurei qualunque cosa gli passasse tra le mani. Ma, si sa, la mitologia è figlia dei sogni. Piuttosto. Prima di avventurarsi in quel luogo di dissipazione e perdizione monetaria che è il calcio, bisognerebbe farsi un esame di coscienza, cioè avviare una severa due diligence sulle proprie sostanze patrimoniali.

E chiedersi: sono tanto ricco io da potermi consentire il lusso di sopportare una voce passiva in un bilancio attivo? Se la risposta è affermativa e se davvero l’arrapamento pallonaro è pari all’attrazione di Venere, allora ok. Del resto: dove c’è gusto non c’è perdenza. Ma se i conti delle tue aziende sono più barcollanti di un tavolo a due gambe e se il mio desiderio di assumere un signore in panchina e venti giovanotti in campo è così così, tanto vale interrompere le comunicazioni con tutta quella pletora di corteggiatori (amministratori, tifosi, giornalisti, concorrenti economici, visionari vari) che vogliono alleggerire il tuo tesoro in banca. Possedere una società calcistica è l’attività più frustrante che si conosca. Sì, perché il presidente sarà pure il proprietario di una squadra, ma non ne sarà mai il padrone. I veri padroni saranno altri: i giocatori migliori, l’allenatore, i capi del tifo, i commentatori più influenti. Il presidente-azionista dovrà solo scucire moneta, ingoiare veleno, affrontare le contestazioni e, spesso, mettere a repentaglio l’incolumità personale. Altro che mestiere piacevole e dividendi afrodisiaci. Il pallone, per chi, detiene la cassa, produce più choc e impoverimenti di una rapina. Altro che cummannari è megghiu ca futtiri, come si dice in Sicilia. Il patron di un sodalizio sportivo non fa né una cosa né un’altra.

Da quando la famiglia Matarrese ha mollato quella sfera succhiasoldi che fa impazzire una città e forse mezza regione, i tifosi del Bari vivono alla giornata. In cuor loro, vorrebbero che un oligarca russo amico di Vladimir Putin e devoto di San Nicola aprisse i suoi forzieri e rilevasse la squadra che fu di Oronzo Pugliese (1910-1990) e Gigi Frisini (da sempre primario aficionado biancorosso). Ma difficilmente San Nicola realizzerà il miracolo. Uno, perché Bari non è Londra o Zurigo, dove - nonostante tensioni e incompatibilità - la corte finanziaria dello Zar preferisce stazionare. Due, perché allestire uno squadrone vincente non è una formalità come mettere una firma: richiede dedizione totale, specie in chi dovesse provenire da una terra lontana.
Non rimane che sperare in qualche cavaliere bianco di casa nostra, in un benefattore che voglia accettare di vedere una voce passiva in un bilancio attivo (del suo Gruppo); che voglia pure accettare di mettere i turrisi senza contare una mazza; e che voglia appassionarsi a un gioco spesso più sadico e masochistico di un cineracconto di Dario Argento. Ma, in questi tempi, sarebbe più probabile ritrovare il classico ago nel pagliaio, o imbattersi in un fuga d’amore tra Matteo Salvini e Angela Merkel, che incontrare il buon samaritano sulla via che, a Bari, conduce all’astronave di Renzo Piano.

Anche perché di baresi doc ricchi come Creso non si hanno notizie. I ricchi-ricchi stanno in provincia, è sufficiente analizzare i fatturati delle principali imprese della regione per averne conferma. E molti ricchi-ricchi nascosti nell’entroterra a tutto aspirano, tranne che ai fasti delle copertine di giornali e tv, e dei salotti che ne conseguono. Anzi, al contrario di molti finti ricchi smaniosi di apparire, i ricchi-ricchi fanno sangue acido se, per sbaglio o per caso, si «guadagnano» una citazione giornalistica. Per loro, anche la visibilità mediatica più episodica e occasionale è peggio di una fake news, è un’informazione fastidiosa da rimuovere al più presto. Dunque, inutile confidare nei salvatori della patria in arrivo dalla provincia: i più, tra questi ipotetici soccorritori, oltre a schivare la notorietà catodica come il filosofo Benedetto Croce (1866-1952) scansava i gatti neri, non tifano per i colori biancorossi con la stessa totalizzante passione dei baresi purosangue. Sono, per così dire, supporter tiepidi e guardinghi. Di conseguenza...

Di conseguenza bisogna affidarsi a qualche benestante cittadino in grado di organizzare prima la squadra dei finanziatori e successivamente quella dei calciatori. Una parola. A Bari, ma non solo a Bari, si dice che i debiti sono preferibili ai soci. Più semplice farsi un giro del mondo in canotto che formare un gruppo di volenterosi.
Potrebbe mettersi all’opera, con le funzioni facilitatrici tipiche di un enzima, la stessa politica, attraverso i suoi massimi rappresentanti locali. Ma non sarebbe una manovra in discesa. Primo, perché - pur provocando più dolori che gioie - il sistema calcio è una fabbrica di stelle e nessuno è disposta a concederla volentieri ai compagni di strada. Secondo, perché a un eventuale cosalvatore di un club (dal fallimento garantito) potrebbe venire in mente di capitalizzare in politica lo sforzo finanziario compiuto e il relativo surplus di celebrità. Il che, ovviamente, potrebbe provocare più di un mal di pancia nei suoi sodali d’avventura.

Insomma. Avete capito. Qui, a Bari, si rischia di restare senza squadra. O di ripartire dalla serie D. Alcuni lettori potrebbero obiettare: chissenefrega. Può essere. Ma il calcio non è un’attività qualsiasi. Il calcio è diventato il più diffuso e apprezzato biglietto da visita di un territorio. Sarebbe un peccato se si smarrisse questo biglietto da visita di Bari. Un piccolo sacrificio da parte dei ceti più cospicui della città non sarebbe male. In attesa di un prestatore d’opera di ultima istanza, disposto a svuotare uno dei suoi salvadanai senza rischiare l’infarto o essere inseguito dalle banche. Speriamo.
A meno che non faccia strada l’idea di una public company, di un azionariato popolare composto da una tra le tifoserie più cospicue della Penisola. Ma, si sa, le imprese sono istituzioni monarchiche. Già un uomo solo al comando, in una società di calcio, comanda poco e niente. Figuriamoci cosa succederebbe se tutti si ritenessero proprietari e padroni.

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