Lunedì 25 Giugno 2018 | 08:18

L'analisi

La campagna elettorale più lunga del dopoguerra

Se lo sciopero della famescredita il Parlamento

Nella Prima Repubblica funzionava così. Un minuto dopo la cerimonia di giuramento dei nuovi ministri scattava il gioco più caro ai retroscenisti e ai Nostradamus della Capitale: le previsioni sulla durata dell’esecutivo appena nato. I più arditi si spingevano oltre, lanciandosi nel totonomi per la successione al presidente del Consiglio da poco insediato.

Con la Seconda Repubblica, sono cessati gli oroscopi iettatori su premier e ministri, e ciò per merito della legge elettorale maggioritaria e dell’identificazione tra partito e leadership. Certo, anche con la Seconda Repubblica, gli inquilini di Palazzo Chigi non erano al sicuro, le scorrerie di avversari, rivali e alleati potevano spuntare alla prima occasione utile. Ma non si era mai verificato il caso di un governo nato con la data di scadenza incorporata, come succedeva nella Prima Repubblica.

Il bicolore gialloverde che venerdì scorso ha giurato al Quirinale, viene descritto come il primo governo della Terza Repubblica. È un governo atipico, visto che si fonda sul «contratto» tra due partiti che, nel corso degli anni, avevano duellato più con la spada che con il fioretto. Il che, a maggior ragione, rende l’ultimo esperimento italico più unico che raro. Ma non va trascurato, poi, l’altro elemento chiave, legato alla tipologia del sistema elettorale.

Dappertutto il modello proporzionale eccita la competizione all’interno, più che all’esterno, di ogni coalizione. Figuriamoci cosa potrebbe accadere all’interno di una coalizione che alleanza non è, dato che sia Luigi Di Maio sia Matteo Salvini escludono tassativamente di potersi presentare un giorno insieme, da alleati, davanti agli elettori. Movimento Cinque Stelle e Lega cercheranno di soddisfare al massimo le attese del proprio elettorato di riferimento, uno sforzo che potrebbe portarli in rotta di collisione alla prima curva. Toccherà, ovviamente, al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il compito di mediare, sulla falsariga di quanto facevano i capi di governo della Prima Repubblica.

Ma siccome mai come nel patto M5S-Lega le programmazioni, le ambizioni e le plateee elettorali dei due committenti appaiono così distinte e distanti, non è da escludere che Di Maio e Salvini trovino un punto di convergenza anche sul percorso e sull’approdo finale del loro tandem ministeriale.

Fino a pochi giorni addietro, Salvini non faceva mistero di puntare alle elezioni anticipate. La sua stessa insistenza sul nome dell’economista anti-euro Paolo Savona al ministero dell’Economia era decodificata come un escamotage per indurre il capo dello Stato a sciogliere le Camere. Poi, grazie all’opera del presidente della Repubblica, ha prevalso la cautela e Mattarella ha richiamato Conte per l’incarico risolutivo. Ma Salvini, in cuor suo, forse non ha rinunciato del tutto all’idea di ritornare presto al voto per capitalizzare la massa di nuovi consensi che tutti gli istituti demoscopici assegnano al Carroccio. E fino a quando i sondaggi porteranno il sorriso in casa Salvini, la tentazione della chiusura anticipata della legislatura sarà, per il buon Matteo, più irresistibile di una cena alla Casa Bianca con la signora Melania Trump.

L’ora della verità potrebbe coincidere con la sessione di bilancio di fine anno. Da sempre la gestazione della legge di stabilità scatena più appetiti di un banchetto nella giungla. Si scatenano i leader che vogliono provvedimenti brand da sbandierare in tv e nelle campagne elettorali. Si scatenano i peones, che vogliono blandire corporazioni e territori d’appartenenza. Cosicché ogni seduta di bilancio, in Parlamento, finisce, inevitabilmente, per mettere a repentaglio le coronarie del presidente del Consiglio in carica (oltre che quelle del Ragioniere Generale dello Stato).

Quest’anno, per giunta, si profila un supplemento di stress: il controverso rapporto con l’Europa. La legge di stabilità verrà letta e riletta dagli eurocrati e dalle cancellerie dell’Unione. Non ci vuole molto a immaginare un corpo a corpo tra l’Europa che solleciterà più austerità e Roma che pretenderà più flessibilità. Uno scontro che potrebbe spianare la strada al voto anticipato (2019) in coincidenza con le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo (anche se lo slittamento al 2020 della Flat Tax per le famiglie lascerebbe intendere che si voterà tra due anni). Ma se si votasse nel 2019, in simultanea con le europee, la campagna elettorale di M5S e Lega, sia pure da fronti opposti, avrebbe come filo conduttore il no al rigorismo dell’Unione. Ecco perché è non si è ancora interrotta la più lunga campagna elettorale del dopoguerra.

Lo stesso eventuale rialzo dello spread potrebbe rivelarsi un buon argomento elettorale, per Di Maio e Salvini, in difesa dell’autonomia nazionale. E dal momento che le forze europeiste italiane (dal Pd a Forza Italia) appaiono più frastornate di una mandria di buoi dopo un assalto di lupi, non è da escludere che Lega e M5S incrementino ancora i rispettivi serbatoi elettorali, rinviando al dopo spoglio elettorale la decisione sul futuro del loro «contratto»: rinnovarlo o interromperlo. In entrambi i casi, i due partiti avrebbero ottenuto un risultato mica da niente. Basti pensare che chi dovesse perdere si consolerebbe con il monopolio dell’opposizione. Chiamateli fessi.
detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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