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Quel tricolore piovuto dal cielo

NUOVO GOVERNO - La posizione difensiva delle mani assunta dai protagonisti

NUOVO GOVERNO - La posizione difensiva delle mani assunta dai protagonisti

La fotografia è banale, simile a quelle indimenticabili cartoline illustrate che, prima del micidiale avvento dei selfie immortalavano una classe scolastica. L’ovvietà iconica rubricava, nell’album dei ricordi, un’esigua folla di crape pelate o treccine coi nastri, espressioni un po’ soavi e un po’ ebeti, severi pigli didattici, blande sguaiataggini, arcigne smorfie di professori di ginnastica. Un repertorio dolcemente malinconico, a ritrovarlo nella cassapanca delle retrouvailles, un reperto storiografico, però, inappellabile.

Ecco, la banale fotografia di cui dico è quella cerimoniale, scattata dallo zelante fotografo ufficiale, delegato agli scatti retorici da consegnare alle cronache e da far ingiallire nelle «storie», al nuovo Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana e pubblicata sui giornali di ieri, sabato 2 giugno 2018.

Ho detto della retorica ovvietà narrativa della fotografia, ma non ho detto di un particolare. La sommaria semiotica di un banale ricordo fotografico, suggerisce maliziosamente di contemplare la posa dei quattro protagonisti della prossima leadership: il Conte, il Di Maio, il Giorgetti, il Salvini. Come dei capoclasse stanno lì, impettiti e raggianti, vestiti di un vago grigio topo cerimoniale, tutti e quattro con le mani incrociate, con varianti di torsioni delle dita, sulle parti pudende. Una decisione comune, per disciplina, un’inconsapevole posa pigramente ispirata dall’imbarazzo o la inconscia paura, il timore oscuro di un calcio nelle parti basse, notoriamente dolorosissimo?

Non è acribia decifratoria, la mia, ma la tentazione viene di pensare a un’allegoria del potere messa in scena dai quattro vincitori: ci stanno dicendo che si aspettano qualsiasi manovra, bieche ritorsioni, maliziosi agguati, tiri in porta deviati dalla malizia dell’ultimo momento. Del resto, non è la stessa posa che assumono i giocatori di pallone quando allestiscono la barriera per complicare la vita all’avversario che sta per tirare un calcio di punizione? E il calcio non è metafora della guerra? E la guerra non è la politica condotta con altri mezzi (o viceversa, non ricordo bene, ma il prodotto non cambia)?

Hanno ragione, dunque, gli alunni Conte, Di Maio, il Giorgetti, il Salvini a proteggere gli obiettivi puberali, diciamo, vulnerabili e, al tempo stesso, simbolici?

Benché non proprio elegante come atteggiamento, può bastare nelle liti della politica, ma non è sufficiente a vincerle. Anche in politica servirebbe il coraggio della buona fede, la dignità del rispetto per le proprie idee, la dialettica comprensione per quelle degli altri e il convincimento costituzionale che il coraggio del confronto deve manifestarsi in dignità comune.

Altra cartolina, altra commemorazione, altra musica. Quella delle bande militari che segnano il passo dei soldati e il tumulto commosso di qualche cuore non sbiadito, quanto ad amor di Patria. Qui nessuno sta in posa con le mani i tasca oppure raccolte a conchiglia sulle pudende. In via dei Fori imperiali si marcia e si ubbidisce alla bandiera.

E si saluta il palco delle autorità senza fare distinzioni tra maggioranze e opposizioni, tra chi tira i goal e chi si protegge gli inguini, tra vecchi e nuovi ministri, tra autorità civili e militari. Perché i soldati, i marinai, gli avieri, i carabinieri, tutti gli agenti delle Polizie, i Vigili del fuoco, i militanti della Croce rossa rispettano la Costituzione e il senso forte del suo dettato che propone i poteri divisi e impone che siano condivisi.

Sanno che se si vuole la pace, quella sicura, durevole, garante della convivenza civile, operosa e serena tra i cittadini di tutti i paesi, la guerra la devi preparare con pensoso coraggio e coraggiosi intendimenti.

E la Repubblica che oggi, (ieri per chi legge e di questo sono grato) festeggia il suo compleanno al Quirinale, la Casa degli Italiani, come Ciampi volle chiamarlo, all’Altare della Patria, ai Fori imperiali. Dovrebbe bastare. E, invece, no, non basta: altre tre manifestazioni sono state programmate e, credo si siano svolte, forse, nell’incredula contemplazione dei più nel cuore di Roma, capitale piena anche di fori poco imperiali.

Una di queste adunate era stata organizzata per difendere il Capo dello Stato (da una, ormai, dismessa minaccia di inquisirlo), un’altra, promossa dal popolo degli «uno che valgono uno» per fare intenzionalmente confusione sul fatto di aver cambiato idea sulla inquisizione e una terza adunata, organizzata, credo, per fare due passi in centro.

Ma la vera festa è sbocciata, nel silenzio attonito del popolo e delle autorità riuniti in via dei Fori imperiali, quando nel cielo che sovrasta il Colosseo accudito dai Vigili del Fuoco che lo circondavano di impervie carezze, è comparso un volatile e leggero paracadute a cui era legato un uomo con una bandiera italiana che con una serie di rabbuffi di un vento complice e, diciamolo, patriottico si è spalancata nel cielo di Roma.

Sono scesi insieme, uomo e bandiera, lentamente ondeggiando, uno accudendo l’altra e l’altra docile e sicura della sua ventosa bellezza, si lasciava guidare verso il popolo silenzioso. Niente fanfare, né urla né cori. La commozione e basta.

Il paracadutista della Brigata «Folgore» è sceso planando verso il suo bersaglio esiguo, lo ha centrato con eleganza perfetta.
I fotografi e gli operatori delle televisioni si sono prodigati per raccontarci quello che stava succedendo mentre i soldati di tutte le armi e reparti raccoglievano la bandiera volante per portarla al suo custode costituzionale, il Presidente della Repubblica Italiana. Il paracadutista della Brigata «Folgore», davanti agli obiettivi non si e messo in posa e non si è messo le mani in tasca e non si è riparato i testicoli, si è messo sull’attenti. Come si fa per rispetto alle istituzioni e al popolo sovrano.

Michele Mirabella

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