Venerdì 22 Giugno 2018 | 05:09

Se l'Europa non seduce più neppure gli europeisti

FRANCIA - Il presidente Macron

FRANCIA - Il presidente Macron

Il 2019 sarà l’anno chiave del ventunesimo secolo. I cittadini dell’Unione Europea saranno chiamati a rinnovare il parlamento di Strasburgo. E i cittadini di nazioni come l’Italia potrebbero essere richiamati alle urne anche per eleggere i parlamentari di Camera e Senato.

Per la prima volta le consultazioni europee dovranno riguardare una scelta di campo: pro o contro l’Unione. Finora la partita elettorale nel Vecchio Continente aveva visto duellare, quasi esclusivamente, democristiani e socialdemocratici, più qualche forza intermedia. Entrambi, però, democristiani e socialisti, non hanno mai messo in forse la loro fede europeistica. Il che ha consentito all’Unione di allargare i propri confini e di esercitare un potere d’attrazione, tra i diversi popoli, che manco una calamita.

Da qualche tempo, però, il clima è cambiato. L’Europa non di dispone più di legioni di fedelissimi, anzi lo sport più praticato in molti circoli politico-culturali è il tiro al bersaglio contro l’euro-sistema di Bruxelles accusato delle peggiori nefandezze.
La campagna di delegittimazione delle istituzioni europee ha contribuito a irrobustire tutte le forze politiche dichiaratamente populistico-sovranistiche, tanto che nel 2019 l’Europa si gioca il proprio futuro: vita o morte. Se prevarranno i partiti anti-sistema (modello Visegrad, dal nome della città ungherese dove si radunarono gli euroscettici dell’Est), nulla potrà fermare la disintegrazione dell’Unione. Se invece prevarranno i partiti di solida matrice europeistica, l’Europa potrà riprendere il suo impervio cammino verso l’unità politica.

Oggi, la sfida degli europeisti appare disperata, come sarebbe la sorte del Chievo nello stadio del Real Madrid. Ma, in politica, come nel calcio, anche il pronostico più gettonato alla fine può essere ribaltato tra la sorpresa generale.

La Francia un paio di anni addietro sembrava destinata a finire sotto la gonna di Marine Le Pen, capintesta del populismo europeo. Poi è spuntato il giovane Emmanuel Macron e i giochi si sono riaperti. Oggi Macron è il simbolo di chi non vuole imitare gli inglesi nelle pratiche di divorzio dall’Unione Europea.

Per decenni l’Italia è stata la nazione più filo-europea del pianeta. Era sufficiente pronunciare il nome del Vecchio Continente per ascoltare belle parole e buoni propositi, tutti rivolti alla Grande Mamma Europa: «Per fortuna che c’è l’Europa a farci strada, meno male che l’Europa ci bacchetta. Per fortuna che c’è l’Europa a imporci un po’ di disciplina finanziaria...». E via su questo tenore.

Negli ultimi tempi, invece, in Italia non si trova un tifoso dell’Europa neppure a pagamento. Persino le coalizioni di governo formate da partiti dichiaratamente europeisti hanno ingaggiato, nel recente passato, decine di battaglie contro il cosiddetto strapotere di Bruxelles, accostato al dominio dei mercati, in cima alla lista nera dei cattivi e dei pessimi. Il tam tam contro l’Europa da parte di sigle politiche «moderate» ha contribuito a eccitare vieppiù gli animi dei gruppi storicamente ostili al processo di unità sovranazionale. Risultato: tranne ristrette eccezioni, quasi tutti remano contro l’Europa e contro l’euro, capovolgendo il fideismo acritico di qualche lustro addietro, quando parlare male dell’Europa era ritenuto più blasfemo di un atto d’accusa contro Giuseppe Garibaldi (1807-1882).

Si dice. Ma gli italiani sono meno superficiali di quanto si crede. Se si trovassero di fronte al dilemma sull’euro, difficilmente voterebbero per il ritorno della lira. Chi sarebbe così sciocco da mettere a repentaglio i propri risparmi? Chi sarebbe così scriteriato da rinunciare a una moneta forte per sposare una moneta più inconsistente di una foglia autunnale? E quale appeal eserciterebbe una monetina di tal fatta verso gli investitori interni ed esterni?

Tutti ragionamenti fondati e sensati. Ma in politica la ragione non basta. In politica serve un mix di passione e credibilità, oltre che di telegenicità. E soprattutto serve un testimonial in grado di rappresentare e racchiudere al meglio, nella propria persona, le virtù della passione, della credibilità e della telegenicità. Specie oggi che il fascino dell’Europa in Italia è inferiore a quello di un paracarri sulle strisce pedonali.

Alle corte. Alla causa dell’Europa serve, in Italia, una personalità alla Macron. Giovane, nuova, travolgente. Serve, per essere concreti, una figura incontaminata dalla politica del passato e capace in prospettiva di sedurre il popolo dei telespettatori e dei social meglio di un Paolo Bonolis.

Obiettivamente, oggi il mercato politico non offre un capo con queste caratteristiche, anche se la novità, come accade nelle boutique di alta sartoria, potrebbe spuntare quando meno te lo aspetti.

Non solo non c’è un capo (potenziale) in grado di promuovere politiche di coesione in nome dell’Europa, ma non ci sono neppure squadre politiche vogliose di battersi senza se e senza ma per l’Europa già vagheggiata da Altiero Spinelli (1907-1986) nel Manifesto di Ventotene (1941). Dello schieramento pro Europa dovrebbero far parte, in Italia, il Pd e Forza Italia, che, a livello continentale, aderiscono al Partito Socialista Europeo (PSE) e al Partito Popolare Europeo (PPE), cioè ai due pilastri del costituzionalismo comunitario. Ma Pd e Forza Italia, in Parlamento, militano in fronti contrapposti. Il che rende difficile immaginare una loro liaison sia pure nel segno di un obiettivo superiore.

Di conseguenza la bandiera dell’Unione Europea è agitata da Emma Bonino e da pochi altri. Davvero poco per contrastare l’armata trasversale anti-Europa e anti-euro che ha trasformato il popolo più euro-entusiasta della comunità continentale nel popolo più euro-disilluso e più euro-ostile.

Ma Pd e Forza Italia non danno l’impressione di voler battere un colpo, a beneficio dell’Unione. Tanto meno danno la sensazione di volersi federare sulla scia dell’esperienza macroniana in Francia. Cosicché la prossima contesa elettorale, in Italia, rischia di svolgersi solo tra euroscettici ed eurocontrari. Gli eurofavorevoli tutti nascosti. A eccezione del presidente Sergio Mattarella.

Giuseppe De Tomaso
detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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