Sabato 23 Giugno 2018 | 16:20

Un trimestre post moderno
fra telenovela e Facebook

Un trimestre post modernofra telenovela e Facebook

di OSCAR IARUSSI

Ed eccoci al Conte del Grillo, dopo il «Marchese» del celebre film di Mario Monicelli. È una boutade augurale per il neo-presidente del Consiglio (buon lavoro!), visto il successo della pellicola del 1981 con Alberto Sordi, ma è anche il cedimento a una tentazione da cui sarà bene guardarsi. I novanta giorni alle nostre spalle, consumati nei travagliati tentativi di formare il governo, non sono stati l’ennesima declinazione dell’eterno commediare italiano. Per carità, la dimensione grottesca c’è stata, eccome.

E abbiamo avuto ben donde di ghignare di fronte alla girandola di dichiarazioni spericolate fino al sospetto della dissociazione mentale o allo sdoppiamento di personalità. Un camaleontismo al clou sulle montagne russe su e giù per il Colle, dove il presidente Mattarella in alcuni momenti è sembrato uno psichiatra della politica - nel quarantesimo anniversario della legge Basaglia - rispetto a certe follie in libertà. Mattarella è stato, come dire?, assai paziente con i suoi «pazienti» impazienti e un po’ selvatici.

Ciò detto, la forma del racconto della crisi seguita alle elezioni del 4 marzo scorso non ha avuto granché della tragicommedia all’italiana. Tanto meno ha corrisposto allo schema classico di un protagonista con il suo antagonista. Sin dal principio hanno preso o, meglio, rubato la scena due interpreti - Di Maio e Salvini - usciti variamente vincenti eppure impotenti dalle urne. Di fronte al rifiuto del Partito democratico di partecipare alle trattative, giusto o sbagliato che fosse, è apparso subito chiaro che la relazione della succitata / sovreccitata coppia avrebbe fatto l’andatura, anche grazie al favore dei mass media per il linguaggio iperbolico.

Allora, quale è stata la «narrazione» della crisi, per dirla con il termine che Vendola ha lasciato in eredità al Palazzo? Le maschere in commedia erano, appunto, da un lato il milanese Salvini, nazionalista «puro e duro» con il suo «Prima gli italiani», paradossale slogan del Carroccio fino a ieri l’altro separatista; dall’altro, il napoletano Di Maio con il mantra del «governo del cambiamento» a ogni costo, in spregio del proposito di non allearsi con alcuno che aveva gonfiato le vele del Movimento 5 Stelle.

La modalità principe di entrambi? Quella propria dei social network, in particolare di Facebook: un flusso indistinto di opinioni, invettive, provocazioni (troll), finzioni mescolate a diffuse parodie, nella totale assenza di mediazione tra la fonte della notizia e il lettore. Minuto dopo minuto, noi tutti scorriamo con l’indice sullo schermo del cellulare, là dove altri tessono e scandiscono la trama della vita quotidiana, nella quale occasionalmente proviamo a dire la nostra. A dominare i social è un umore per certi versi erede del Situazionismo, il movimento estetico e politico in auge nella Francia degli anni ‘50.

I situazionisti concepirono l’idea che l’occasionalità estrema dell’azione e persino una dose di irrealtà potessero scatenare e aggregare i movimenti collettivi (più di un’eco si sarebbe colta nel Sessantotto di slogan come «Siamo realisti, chiediamo l’impossibile»).

Ecco una delle matrici culturali del controllo del / sul web teorizzato e attuato, non solo in Italia, da taluni enigmatici guru non scevri da interessi aziendali. Ma siamo pur sempre in un paese latino, familista, condominiale, propenso a rinviare qualsiasi rivoluzione che non aderisca all’etimo e all’uso scientifico della parola: il «ritorno» al punto di partenza dopo una rotazione. Infatti, quando tutto sembrava deponesse per un governo tecnico guidato dal generoso Cottarelli, una pragmatica intervista di Grillo al «Fatto» ha ricordato che la politica italiana ha nel suo codice genetico l’eterno ritorno e una dose di fregatura in agguato. Diremmo di più: negli ultimi tre mesi la scena politica è stata una soap opera o una telenovela, con qualche propensione verso la serialità americana in stile Soprano o House of cards da parte dei nostri sovranisti / «sopranisti».

Così, il trimestre postmoderno appena concluso ha mescolato, appunto, azioni su Internet di cui abbiamo ancora scarsa consapevolezza e certe minacciose locuzioni / evocazioni del secolo scorso (la «marcia su Roma» di mussoliniana memoria). Senza trascurare, quando il copione è sfuggito di mano, il tocco comico alla maniera di Albertone «americano a Roma», stavolta non a Trastevere, bensì al Quirinale: «Mattarella, m’hai provocato e io ti distruggo adesso! Io me te magno!» («Impeachment, impeachment»).

Il passato e il futuribile, meno il presente. La soap e la rete, meno la realtà. Bene, da oggi ci sarebbe da governare, mentre l’opposizione dovrebbe dar battaglia in parlamento e nel paese alle scelte dell’esecutivo ritenute sbagliate o dannose. Lavoro, sanità, scuola, infrastrutture, Ilva, fisco, coperture finanziarie, immigrazione, più Europa o meno Europa... Andare da Barbara D’Urso o monologare nella centesima diretta Facebook non basterà, non basta.

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