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Fra lentezze del passato e «distrazioni» romane

Fra lentezze del passato e «distrazioni» romane

«Complesso di tende per abitazione e per servizi allestito come residenza provvisoria di popolazioni colpite da calamità e costrette all’abbandono delle case»: questa la definizione di un noto dizionario della lingua italiana per la parola «tendopoli».

Al posto delle civili abitazioni metteteci il Palazzo di giustizia di via Nazariantz a Bari, «provvisorio» doveva essere anche quello no?, e considerate che gli sfollati hanno fior di lauree in Giurisprudenza e concorsi e titoli per esercitare il Diritto nel capoluogo pugliese, e il gioco dell’amministrazione disastrosa delle «Case della Legge» baresi è fatto.
Ma non è stato un sisma - quello sì imprevedibile - a creare il «camping delle udienze» (molte rinviate per motivi di scarsa agibilità) a pochi passi dal cimitero monumentale (almeno quelle sono sedi «definitive»), bensì una prevedibilissima e malgestita «emergenza Giustizia» che mai in questi anni ha visto un essenziale e autentico scatto di buona volontà, accompagnato da sagge politiche della Cosa Pubblica, che risolvesse i gravi problemi strutturali che incombevano sulle toghe locali.

Si sono sprecati in tutto questo tempo i dibattiti sulla «Cittadella della giustizia», su previsioni e ipotesi, a margine di vertenze giudiziarie lasciate in eredità dall’Amministrazione di Michele Emiliano, senza mai essere riusciti da parte degli amministratori locali (grazie anche all’occhio disattento di Roma) a fornire soluzioni rapide, concrete e definitive alla crisi strutturale degli edifici destinati a ospitare Tribunali, Preture, Corti & affini.

Ma è il suo successore, il renziano Antonio Decaro, a vedersi adesso scoppiare fra le mani la mina a tempo (è il Comune infatti chiamato ancora oggi a indicare possibili sedi giudiziarie al ministero) del pericolo di crollo del «provvisorio» palazzone di via Nazariantz che nella galleria dei ricordi ha fra le tante storie cittadine quelle delle «cene» con le «escort» del fu presidente Silvio Berlusconi. Certo, è il Guardasigilli ad avere ora l’obbligo di risolvere l’emergenza e garantire l’amministrazione ordinaria di un servizio pubblico essenziale, ma i poteri locali sono chiamati a concorrere nella soluzione «abitativa». Quel palazzo dell’Inail che ora si è scoperto inagibile è stato, evidentemente, anche costruito male. E il sindaco metropolitano invoca la dichiarazione dello «stato d’emergenza» per individuare rimedi «eccezionali e in tempi brevi». Una corsa contro il tempo che rimedi in gran fretta a difetti di programmazione e progettualità. Anche perché la calura sotto le tende si fa sentire sempre di più e i tempi dei processi, già in arretrato strutturale cronico, accumulano nuovi posticipi.

Sì: occorre ora, e senza più indugi e veti incrociati, uno scatto di reni che rilanci l’immagine di una città che aspira al «parterre» delle metropoli più prestigiose della Penisola. Perché per come qui si è ridotta la Giustizia, un’assoluzione seppure in appello è sempre più difficilmente ipotizzabile.

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