Venerdì 22 Giugno 2018 | 05:29

Economia, le affinità elettive nel «contratto»

Di Maio Salvini

C’era una volta la destra e c’era una volta la sinistra. Le nozze tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno ratificato il funerale delle vecchie contrapposizioni ideologiche. In effetti, il M5S e la Lega non sono figli delle tradizionali famiglie politiche dell’Europa. Forse per questa ragione, grillini e leghisti covano nei confronti dell’Unione un risentimento misto a disprezzo e dileggio. È l’anti-europeismo il mastice che unisce i contraenti del nuovo governo, anche se, sulla scia delle raccomandazioni di Sergio Mattarella, il nuovo presidente del Consiglio ha gettato un secchio d’acqua sulle tentazioni sovranistiche dei suoi due advisor.
Ma davvero si può suonare il De Profundis per le famiglie politico-ideologiche che hanno segnato la storia degli ultime secoli? Sì, dal punto di vista semantico e ideologico, i concetti di destra e sinistra ormai dicono assai poco, il che era percettibile già all’indomani della caduta del Muro di Berlino. La rivoluzione tecnologica ha abbattuto i vecchi schemi di classe e di produzione, e ha smantellato le certezze più consolidate, mentre il fattore sicurezza ha spesso spaccato in due tutti gli antichi schieramenti politici. La fabbrica non è più quella di un tempo. L’economia dei servizi è un’altra roba rispetto alla produzione manifatturiera originata dalla rivoluzione industriale. Insomma in pochi decenni, si è verificato ciò che solitamente si verificava in un’era geologica.
Ma se le categorie di destra e sinistra sono superate come le cabine telefoniche e i relativi gettoni, altrettanto non si può dire dei protagonisti del calcolo economico. In questo caso, il ballottaggio tra Stato e privati è destinato a durare a lungo, né s’intravvede una Terza Via in grado di inserirsi nell’alternativa tra soluzioni pubblicistiche e soluzioni privatistiche.

Ecco. I brand politici, come avviene in Italia, possono riprodursi come conigli, ma, al dunque, la distinzione tra i competitori, con le relative alleanze, riguarda ancora e riguarderà soprattutto il loro posizionamento sulle ricette economiche: più Stato o meno Stato, o, se si preferisce, più mercato o meno mercato.
Ad avvicinare M5S e Lega non sarebbe stato sufficiente il comune scetticismo sull’Unione Europea (presentata come la sentina di tutti i mali), né sarebbe bastato il loro atteggiamento restrittivo sui flussi migratori in Italia. Se non si fosse registrata, tra loro, una posizione condivisa sul ruolo dello Stato in economia, Di Maio e Salvini non avrebbero mai potuto celebrare il matrimonio dell’anno che, nei loro piani, dovrebbe dilatarsi almeno per un lustro.

La Lega Nord nacque liberista e liberale. Strada facendo, però, divenne il megafono quasi esclusivo degli interessi corporativi del Nord. Adesso, con Salvini, sta cercando di correggere il tiro. Comunque. Dalle quote latte alla battaglia per la salvaguardia delle Province, la voglia di protezionismo ha sempre caratterizzato l’agenda programmatica del Carroccio. Da qui all’offensiva anti-euro, il passo è stato breve. E pure la crociata contro la riforma previdenziale firmata da Elsa Fornero non si discosta da un ragionamento di convenienza politica: il grosso delle pensioni nel lavoro dipendente viene elargito al Nord, ergo smantellare la legge Fornero equivale a garantirsi un’altra cospicua fetta di voti nelle aree di riferimento della Lega. Idem l’impegno, il retropensiero per cercare di rianimare le Province (bel serbatoio di consensi e indulgenze), controllate in larga parte, nel Settentrione, dal partito di Salvini.
Anche il Movimento Cinque Stelle non è un tifoso del libero mercato. Anche se non tutto il Movimento può definirsi sedotto dalla prospettiva della «decrescita felice». Molti voti planati su Di Maio provengono da elettori che in passato avevano scelto Silvio Berlusconi o Matteo Renzi, che non sono propriamente due estremisti bolscevichi.

L’ideale dei Cinque Stelle è un’economia guidata dall’alto con spazi di manovra affidati prevalentemente alle piccole imprese. Ma siccome un’economia guidata dall’alto richiede risorse a tutto spiano, le soluzioni a portata di mano non sono un’infinità: o nuova spesa pubblica, cioè altri debiti, o nuove tasse. Non si scappa da questo aut aut. Del resto, come si potrebbero finanziare la soppressione della legge Fornero o l’istituzione del reddito di cittadinanza, per non dire della flat tax?
A ben guardare solo la flat tax potrebbe rappresentare un punto di contrasto tra Lega e M5S, anche se nel programma di governo del professor Conte, la tassa piatta farà la sua bella apparizione. Su Fornero e reddito di cittadinanza i punti di convergenza tra Salvini e Di Maio sono assai più numerosi dei punti di divergenza.
Morale. Non è vero che il patto di governo tra Lega e M5S sia solo un semplice contratto dettato dalle circostanze, anche se i due diarchi ci tengono a codificarlo e a delimitarlo come tale. Le assonanze sul ruolo della sfera pubblica e sui limiti dell’azione privata in economia oltrepassano le dissonanze. In fondo, non si può condividere la prospettiva della monetizzazione del debito (peccato mortale per i Trattati dell’Unione Europea) senza la condivisione primordiale dell’interventismo pubblico in economia, senza il ricorso a un keynesismo strutturale.

Intendiamoci. Le affinità elettive (M5S-Lega) sui temi economici non costituiscono una polizza assicurativa per il professor Conte. Nei sistemi proporzionali, gli agguati e le imboscate sono più frequenti che in una savana affollata di leoni. Ma di sicuro le affinità elettive rappresentano un buon viatico per il nuovo titolare di Palazzo Chigi. Specie se Salvini e Di Maio utilizzeranno l’anti-europeismo, come sembra, il più cocciuto anti-europeismo nella campagna elettorale per le europee (2019), dove contano di fare un nuovo salto elettorale scaricando tutte le responsabilità della crisi su Bruxelles.
La legge di stabilità di fine anno sarà il primo severo test per il governo Conte. Ma se Conte s’imbatterà in uno scoglio, sarà, come spesso capita, per manovre di bottega più che per dilemmi programmatico-ideologici.
L’Ilva potrebbe essere un problema serio per la tenuta del bicolore M5S-Lega. Ma potrebbe essere l’occasione per saggiare il compromesso politico-temporale che si profila: chiusura dello stabilimento sì, ma lenta. Con un sottinteso: in caso di sopravvivenza, il siderurgico ritornerebbe allo Stato. In linea con il pensiero economico dei due dioscuri del governo Conte.

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