Martedì 19 Giugno 2018 | 14:05

Se l'Italia entra nella fase della post Costituzione

costituzione italiana

Dopo il «voto» online di ieri del popolo grillino, oggi il «contratto» di governo sarà sottoposto al giudizio leghista nei gazebo. Bastano questi due passaggi per capire quale abissale differenza con il passato ci sia nell’attuale parto del governo. La democrazia si nutre di forme: quando sono rispettate diventano contenuto. Nella pletora di commenti al programma messo a punto a 70 giorni dal voto, spicca il silenzio dei costituzionalisti, che pure erano scesi in campo per difendere la Costituzione dal referendum promosso da Renzi. Quei comitati che erano stati messi in piedi in ogni città oggi non hanno nulla da dire rispetto allo stravolgimento delle forme e della sostanza degli articoli della Costituzione che riguardano la formazione del governo, a partire dall’art. 92?

Né quegli stessi costituzionalisti ci dicono nulla rispetto ai poteri del presidente della Repubblica, oggetto in questi giorni quanto meno di sgarbi istituzionali. Il culmine - come annunciato da Matteo Salvini - lo si avrà con ogni probabilità lunedì, quando lui e Di Maio saliranno al Colle con il «contratto» approvato anche per via popolare. E Mattarella che deve fare? Se lo boccia si mette contro il «popolo sovrano», se l’approva legittima una prassi non prevista dalla Costituzione. È lecito mettere in questo imbarazzo il Capo dello Stato?

Come già scritto su queste colonne all’indomani del voto, ha ragione di Maio a sostenere che il 4 marzo è nata la Terza Repubblica. Il voto ha preso atto di un Paese che è cambiato. Oggi si prosegue su quella strada cambiando le regole del Paese. Ma lo si fa nei fatti, senza rispettare alcuna procedura. E quando ci si incammina su questi sentieri è difficile prevedere dove si andrà a finire. Soprattutto se chi ha il dovere di mostrare lo sbreco alle regole si rifugia nel silenzio. Anzi, si ode la voce di chi sostiene che questa è la dimostrazione che la nostra Costituzione può essere cambiata dal basso e senza ricorrere alle complesse procedure previste nel testo del 1948. Basta cambiare le prassi, innovare e addirittura si dà nuova linfa a una legge fondamentale che oggi infastidisce più d’uno.
Il motivo di fondo - e che costituisce il trait d’union fra Lega e Cinquestelle - è il tentativo di trasformare una democrazia rappresentativa in una democrazia diretta. Di qui il Contratto sottoposto all’improvvisata approvazione popolare, il continuo richiamo al fatto di essere «eletti» e così via. Né fa scudo il richiamo al caso tedesco, perché è vero che a Berlino ci sono state lunghe trattative, che è stato sottoscritto un contratto fra i partiti, ma è anche vero che era chiaro e definito che il premier era Angela Merkel. E lei conduceva il gioco.

In Italia siamo riusciti a costruire un procedimento ridicolmente inverso: sono state scritte 39 pagine di straordinari propositi (per realizzarne la metà un buon governo dovrebbe restare in carica per 20 anni) e ora si è alla ricerca del cireneo che deve caricarselo sulle spalle. Le regole e la logica politica dicono che il procedimento dovrebbe essere all’inverso. Ma ormai vale tutto, tranne che le parole dei competenti o i segnali del mercato e dell’establishment internazionale. Un’autarchia di pensiero impressionante per tenacia e miopia.

Gli occhi sono puntati sul povero Mattarella che ha già dovuto prendere più d’un tranquillante per non perdere la pazienza di fronte alle scortesie istituzionali subite in questi giorni, come l’idea di inviargli una bozza del contratto, quasi che fosse un maestro che corregge i compitini degli alunni.

La democrazia è una cosa bellissima a patto però che ci si attenga alle sue regole, perché essa non è altro che l’insieme di queste e il loro rispetto. Oggi in Italia sembrano fronteggiarsi concezioni molto diverse e, soprattutto, molto lontane dalla Costituzione. Il che porta a ipotizzare che entrando nella Terza Repubblica si sia anche aperta una fase post Costituzione. Cioè un momento in cui la Carta fondamentale c’è, ma viene superata dalle prassi, come se queste avessero legittimità autonoma e rango superiore. È come per la verità: oggi conta di più la post verità. A maggior ragione quando è approvata dal popolo.

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