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Analisi

L’elisir di lunga vecchiezza

L’elisir di lunga vecchiezza

L’elisir di lunga vecchiezza? Ma basta venire nel nostro Paese, dove siamo sempre più anziani e soli, secondo l’ultimo Rapporto annuale dell’Istat. A botta di saldi negativi, 100mila persone per anno nell’ultimo triennio, siamo il secondo paese più vecchio del mondo, dopo il Giappone: 168,7 “over” ogni 100 giovani.

Appariamo tra i più fragili nella Ue, in quanto il 17,2% di noi si sente privo o quasi di sostegno sociale e familiare. Sono assai dure le 10 ore in media che gli anziani trascorrono senza alcuna interazione con altri, stretti tra un ricordo e una medicina, una privazione e un desiderio.

L’Italia non è più il paese che gorgoglia come un fiume di acque tumultuose, il lago che si arricchisce di immissari che gonfiano gli emissari, ma un luogo che somiglia a una sorta di stagno dove tutto si prosciuga e non c’è più osmosi. Calano le nascite del 2%, si diventa genitori a 31 anni (nel 1980 a 26). Le incrostazioni e l’immobilità sociale fanno il resto: poco meno del 20% di chi muove dal basso si laurea e il 14,8% ha un lavoro qualificato. Parenti e amici diventano una rete di salvataggio e di costruzione del futuro: anzi, lavora grazie a questo “canale informale” il 47,3% (50,6% al Sud) contro il 52,7% che l’ha ottenuto tramite annunci, datori di lavoro, agenzie, concorsi.

Eppure nel corso del 2017 il benessere degli italiani mostra “un deciso miglioramento in cinque dei dodici indicatori considerati e un arretramento nei rimanenti sette”, dice l’Istat. Cala la criminalità di scippi e rapine, migliora la partecipazione al mercato del lavoro, diminuisce la durata delle cause civili. Invece, risultano “in negativo” l’aumento delle disuguaglianze e della povertà assoluta, che nel 2017 interesserebbe l’8,3% dei residenti (circa 5 milioni) contro il 7,9% nel 2016. Due milioni di famiglie sono jobless, cioè a totale digiuno di lavoro.

Nel complesso, secondo l’Istat, “gli indicatori disponibili per i primi mesi del 2018 segnalano la prosecuzione del recupero della crescita dell’economia italiana, pur se a ritmi moderati.” Una crescita che era iniziata nel 2014. Nel mercato del lavoro il lavoro manuale segna una decisa contrazione: tra il 2008 e il 2017 sono scesi di un milione gli occupati classificati come “operai e artigiani“, mentre si contano oltre 860mila unità in più per le “professioni esecutive nel commercio e nei servizi.” Il Mezzogiorno rimane indietro, “l’unica ripartizione geografica con un saldo occupazionale negativo rispetto al 2008 (-310 mila, -4,8%).” L’area non ha ancora recuperato i livelli pre-crisi, tanto che la quota di giovani 15-29enni che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet, è più che doppia rispetto a quella dell’Italia settentrionale (seppure in calo, a 2,2 milioni nel 2017, i Neet sono ancora il 24,1%, dal 16,7% del Nord al 34,4% del Sud).

Al di là dei segnali positivi e delle apparenze, le cronache fotografano la realtà di conflitti tra giovani e vecchi. Come la banda di minorenni che qualche giorno fa, a Sesto San Giovanni, ha aggredito un 65enne a pugni. Colpevole di aver negato loro una sigaretta. Dopo averlo accerchiato, uno dei ragazzini gli avrebbe gridato “vecchio di m... chi credi di essere?”, per poi colpirlo per primo con un pugno alla testa.

Un episodio simbolico che offre dei protagonisti non più semplicemente una connotazione generazionale, ma quasi, nella nuova storia, di classi sociali. Perché segnate da privilegi e/o disuguaglianze che appaiono strutturali.
Da un lato gli anziani, protagonisti di una rivoluzione del benessere che celebra i suoi fasti nell’allungamento delle aspettative di vita ma che, allo stesso tempo, mostra tutta la miseria della nostra illusione, regalandoci spesso incertezze, infermità, dipendenza, marcando gli enormi costi sociali che tale condizione comporta per la comunità e lo Stato. Dall’altro i giovani, sempre più con le ali tagliate da un futuro che non sorge ma che, specie in alcune regioni, invita alla fuga dalle terre d’origine e dai propri ideali e valori.

Ed è questo il dramma vero di due generazioni l’una contro l’altra armata dalla oggettiva dislocazione su una traiettoria che non porta al futuro ma ristagna nel presente.

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