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L'analisi

Un paese sempre più spaccato e lacerato

Un paese sempre più spaccato e lacerato

E meno male che c’è l’Europa a tenere unita l’Italia. Senza il mastice europeo, infatti, la voglia di divorzio che pervade la zona ricca dello Stivale avrebbe manifestato pulsioni incontenibili. Ma non è detto che questi conati separatistici si siano placati per sempre, visto che un sociologo di prestigio, e mai banale, come il professor Luca Ricolfi, invoca l’autonomia per il Nord, sia pure contrabbandata profilatticamente come autonomia per il Sud.

Non sono le tesi della buonanima di Gianfranco Miglio (1918-2001), sostenitore di un’incompatibilità quasi antropologica tra Nord e Sud, e come tale sostenitore di un federalismo hard - con l’Italia spaccata in tre -, ma le premesse dei due ragionamenti si somigliano assai.

«I cittadini del Sud - osserva Ricolfi - hanno un’altra cultura, un’altra mentalità, altri valori, e quindi non vogliono vivere come nel Centro-Nord. Credo che l’unica soluzione sia concedere piena autonomia al Sud. Nessuna secessione delle regioni del Nord, ma creazione di una grande area meridionale con istituzioni, fisco e politica economica propri. Culturalmente, ma anche sul piano dell’organizzazione sociale, il Centro è più simile al Nord che al Sud, dunque tanto vale che vi siano due Italie libere di governarsi come desiderano, quella del Centro-Nord e quella del Sud, finalmente liberata dal giogo dell’unità nazionale».

Strano che il professor Ricolfi rilanci propositi che parevano dimenticati e che la stessa Lega di Matteo Salvini, perlomeno formalmente, ha archiviato sconfessando l’antico frasario bossiano. La spaccatura dell’Italia in due sarebbe un pessimo affare per il Sud, ma anche per il Nord. Né risponde a verità la presenza di due mentalità opposte in Italia, fra Nord e Sud. Se così fosse, le cronache dei media non darebbero notizia delle spettacolari performance di studenti, professionisti e imprenditori meridionali nel Nord Italia e all’estero. Se ciò avviene, se molte intelligenze del Sud si esaltano altrove, ciò significa che la mentalità del territorio non è proprio quella che immagina Ricolfi. E poi. Anche nel Sud ci sono distretti, zone industriali che non sfigurerebbero nelle aree ricche della Penisola e del Continente. Come minino, quindi, il Mezzogiorno non è tutto uguale, semmai è un’alternanza, un andirivieni territoriale tra buio e luce.

E però. Qualcosa di grave potrebbe verificarsi per la tenuta nazionale a causa di una crisi politica senza sbocchi, più inestricabile di un nebbione padano.

Se l’intellighencija più colta del Settentrione auspica strappi dolorosi o rotture consensuali tra Nord e Sud, la leadership del ribellismo grillino non esclude risposte radicali, in tutto il Paese, in caso di esclusione del Movimento dal governo della cosa pubblica. Infatti, il Fondatore del M5S ha ripescato il lessico del «Vaffa», soprattutto in versione anti-europeistica e in nome della democrazia diretta. Il che lascia intendere che la corsa verso le elezioni anticipate ha già preso più velocità di una discesa a rete del goleador Salah in una sfida di Champions League.

Purtroppo, il barometro non si annuncia confortante per la politica italiana. Non si capisce cosa possa cambiare nell’esito di una votazione a breve termine, forse già a luglio. Il sistema elettorale è quello che è. Consente la formazione di una maggioranza parlamentare autosufficiente a patto che la coalizione vincente superi il 40% dei voti e si affermi almeno nel 70% dei collegi uninominali. Il che equivale a pretendere di vincere la gara dei cento metri piani con le scarpette inchiodate. Perché si verifichi l’en plein nei collegi uninominali è necessario che il M5S faccia l’asso pigliatutto pure al Nord o che il Centrodestra faccia altrettanto anche al Sud. Una prospettiva che, allo stato, si presenta alquanto complicata.

Prepariamoci allo scontro tra due radicalismi e, forse, tra due Italie geografiche del voto. Uno scontro che si annuncia tutto proiettato sul potere, visto che, negli ultimi due mesi, neppure per finta si è discusso e, all’occorrenza, litigato, sullo straccio di un programma concreto. Non si è abbozzzato nulla di tutto ciò. Si è ribaltata solo la gerarchia delle priorità da illustrare al pubblico votante (e pagante, purtroppo). Un tempo, al primo posto, sia pure in una scala di precedenze ad alto tasso di perfida mistificazione, figurava il Programma. Oggi impera il Potere, nascosto sotto l’ombrello delle Regole. Non a caso i Contenuti sono spariti. Si discute, a più non posso, solo di Regole, passate, presenti e future. Un escamotage, una foglia di fico per occultare la battaglia reale (il Potere per il Potere) che, grazie a un sistema elettorale foriero di frammentazioni e lacerazioni, produce effetti devastanti più all’interno che all’esterno di ogni partito.

Servirebbe, proprio per disinnescare da sùbito la miccia divisiva evocata nel ragionamento di Ricolfi, servirebbe una leadership in grado di farsi carico dell’intera questione nazionale che corrisponde al superamento della questione nazionale.

Ma di queste preoccupazioni non v’è traccia nella chiacchierocrazia generale, il cui paradosso più eclatante riguarda proprio le sospirate Regole: parlarne sempre per non cambiarle mai (e giustificare l’immobilismo endemico). Specie in circostanze come le attuali.

Al voto, al voto, dunque. Per fare cosa? Boh. E se poi l’Italia, anche elettoralmente e politicamente, oltre che economicamente, riprendesse a dividersi sempre più in due?

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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