Domenica 24 Giugno 2018 | 03:36

L'analisi

La democrazia rappresentativa e il gioco del cerino

Se lo sciopero della famescredita il Parlamento

Democrazia significa, come ricorda Della Porta, “potere del popolo”, ma anche “dal popolo e per il popolo”. E’ forse in questo gioco linguistico alla Wittgnstein che va colto il senso di ciò che ci attende nelle prossime ore. Ci sono due grandi alternative: un governo politico fra Lega e M5S o un governo di tregua, a tempo determinato. Due visioni contrapposte fra chi vuole muoversi nel perimetro del risultato elettorale e chi, invece, preso atto della paralisi, vuole procedere lungo una traiettoria più istituzionale e quindi più allargata. Mattarella oggi farà l’ultimo giro di consultazioni e poi deciderà.

Bisogna dare atto a Luigi Di Maio di essere stato sincero ieri durante l’intervista a Lucia Annunziata. Egli ha chiarito che la posta in palio non è solo la soluzione della crisi di governo, ormai al suo sessantatreesimo giorno, ma il senso e il valore della transizione del M5S dall’ideologia della democrazia diretta al paradigma della democrazia rappresentativa. Un terreno utile per sperimentare forme di ibridazione fra decisioni dirette del corpo elettorale e deliberazioni mediate dalla dinamica parlamentare in una sorta di sospensione fra passato e futuro.

Lo scorso fine settimana Salvini ha fatto al M5S una proposta last minute e low cost: un governo a tempo con i pentastellati. Di Maio ieri pomeriggio ha risposto affermativamente, ma con una proposta first time e soprattutto much expensive. Egli ha rinunciato definitivamente alla premiership, pur di evitare un governo tecnico (che non avrebbe comunque il suo appoggio qualora nascesse) e mettendo il leader del centrodestra di fronte ad una nuova-vecchia scelta. Eh già, perché se il capo politico dei grillini ha fatto un passo di lato, non ha certo rinunciato all’esercizio del potere di veto nei confronti di Berlusconi, ripassando il cerino nelle mani di Salvini. Il leader della Lega non vuol rompere con Berlusconi per le ragioni che più volte abbiamo spiegato sulle colonne di questo giornale, ma sa anche, che il suo partito non può partecipare ad un governo istituzionale se l’altro semi-vincitore delle elezioni, il M5S, resta fuori. Darebbe a Di Maio un vantaggio enorme. A Salvini certo non dispiace il ritorno immediato alle urne, essendo l’unico leader politico a crescere molto nei consensi (stando ai sondaggi) e potendo la Lega raggiungere oltre il 20%. Egli tutt’al più vorrebbe che fosse Berlusconi ad assumersi la responsabilità della rottura della coalizione, con il suo sostegno convinto al governo di tregua.

Se Mattarella dovesse prendere atto formalmente della volontà di Di Maio e Salvini di dar vita ad un governo politico, non gli resterebbe altra soluzione. Diversamente proverà a spiegare ai partiti che vogliono monetizzare subito il risultato elettorale che il governo di tregua non è un modo per annullare la volontà popolare (ovvero la “democrazia del popolo, dal popolo e per il popolo”) ma l’exit strategy di fronte ad una empasse che rischia di trasformare una crisi di governo in una crisi istituzionale. Quali sono gli argomenti che il Capo dello Stato potrebbe utilizzare prima di prendere una decisione finale e sempre che non ci sia spazio per l’intesa fra M5S e Lega? Primo: il governo di tregua avrebbe una durata predefinita. Secondo: ci sono importanti decisioni da prendere a Bruxelles su questioni che riguardano direttamente il nostro Paese. Terzo: occorre scongiurare l’aumento dell’Iva ed evitare il taglio dei fondi di coesione dell’Unione europea che penalizzerebbero il Sud, come ha evidenziato Tajani.

Aggiungiamo anche un quarto argomento, che tutto sommato è nella realtà delle cose. Il governo di tregua, se fallisse l’ipotesi di un governo politico, consentirebbe a tutti i partiti di affrontare due questioni rilevanti. La prima: la riforma della legge elettorale. La seconda: la definizione degli assetti di potere e di leadership interna. Quanto alla legge elettorale, già nei giorni scorsi il CISE della Luiss ha dimostrato che, se si dovesse tornare a votare con il rosatellum al centrodestra non basterebbe raggiungere il 40% dei consensi, dovendo conquistare anche il 70% dei collegi uninominali. Il 4 marzo ne ha conquistati il 47,8%. Pur se dovesse raggiungere il 45% dei voti, il centrodestra dovrebbe comunque ottenere il 65% dei seggi parlamentari. Traguardo molto difficile da raggiungere poiché due mesi fa esso ha conquistato pochissimi seggi al Sud (13 su 101) a causa della non attrattività di Forza Italia, del crollo del Pd e soprattutto dell’exploit del M5S.

A parti invertite, la stessa logica varrebbe al Nord dove i grillini hanno conquistato 4 seggi uninominali su 91. Morale della favola: con il rosatellum affinché centrodestra e M5S possano andare al governo da soli dovrebbero verificarsi due ipotesi davvero poco probabili. Eccole: il crollo dei grillini al Sud o quello della Lega al Nord. La modifica della legge elettorale non spetta al Governo, ma al Parlamento. Il dibattito è già stato avviato su alcune ipotesi: premio alla coalizione o alla lista, modello regionale, ripristino delle preferenze, doppio turno alla francese. Vedremo. E’ un tema da affrontare con urgenza anche nell’eventualità di un governo politico.

Quanto, invece, alla questione dei futuri assetti di potere e leadership, i problemi principali li hanno soprattutto Forza Italia e il Pd. Il partito di Berlusconi deve decidere se, dopo la sconfitta elettorale del 4 marzo scorso, continuare a far finta di nulla e tergiversare o avviare un processo di radicale trasformazione, individuando a livello nazionale e regionale soggetti capaci di rilanciare realmente la propria linea politica, dopo averla definita con chiarezza a fronte del mutato scenario elettorale. Il Pd, invece, deve uscire dalla logica del congresso permanente, scegliere il proprio leader una volta per tutte e tornare a proporre soluzioni concrete in grado di contrastare le troppe disuguaglianze presenti nel Paese, garantendo i valori più importanti per il popolo di sinistra: la giustizia sociale e la rappresentanza degli interessi delle classi più deboli.

Nelle prossime ore scopriremo se l’Italia è un Paese destinato all’ingovernabilità o se invece può contare su proposte alternative e su modelli politici definiti con chiarezza prima che i cittadini si rechino alle urne. Sempre che si riesca a porre fine al gioco del cerino e si comprenda la vera posta in palio della democrazia rappresentativa.

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