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Molestie e Nobel, se l'autocritica di Stoccolma fa testo più di Hollywood

Il fotografo Jean-Claude Arnault, da quarant’anni in Svezia, è al centro di uno scandalo per l’accusa di aver palpeggiato la principessa Victoria, erede al trono svedese

sala del Nobel

«A Marsiglia anche per perdere bisogna sapersi battere». È una massima dello scrittore Jean-Claude Izzo, tratta dal suo romanzo Casino Totale (e/o edizioni, 1995). Titolo italiano significativo anche per lo scompiglio in atto a Stoccolma, donde proviene la notizia che quest’anno l’Accademia del Nobel non assegnerà il prestigioso premio per la Letteratura, posticipato al 2019. È la prima volta che accade dal 1943, in piena seconda guerra mondiale. La colpa? Gratta gratta, è di un marsigliese di nascita, il fotografo Jean-Claude Arnault, da quarant’anni in Svezia, al centro di uno scandalo per l’accusa di aver palpeggiato la principessa Victoria, erede al trono svedese.

La molestia sessuale risale al 2006, durante un evento alla Svenska Akademien fondata dal re Gustavo III a fine ‘700. Un’istituzione culturale circonfusa di un’aura di austerità e riservatezza, nonostante il mito svedese nel mondo - da Greta Garbo a Ingrid Bergman, da Anita Ekberg a Noomi Rapace - parli tutt’altra lingua: intrepida e pugnace, libertaria e, perché no?, libertina.

Arnault è sposato con una componente dell’Accademia, la poetessa Katarina Frostenson, ammessa nel 1992 (a 41 anni, la più giovane autrice invitata a farne parte). Né il fotografo si sarebbe limitato a importunare la principessa. Sulla scia della campagna mondiale #MeToo lanciata negli Stati Uniti in seguito al caso Weinstein, Arnault viene infatti tirato in causa da diciotto donne che lo accusano di aggressioni e violenze subite tra il 1996 e il 2017.

La bufera ha investito in pieno l’Accademia, suscitando una serie di dimissioni a catena, dopo che la maggioranza si era espressa contro la rimozione dall’incarico alla Frostenson. La quale infine ha lasciato, seguita a ruota dalla presidente, la docente cinquantenne Sara Danius.
Secondo taluni le dimissioni non avrebbero valore perché l’incarico è «a vita». Resta però il dato di fatto: i sette uscenti hanno sguarnito la compagine dei diciannove studiosi che ogni anno nomina il Nobel letterario, dotato di un assegno di 830mila euro, il secondo giovedì di ottobre (nel 2017 andò al nippo-britannico Kazuo Ishiguro; l’ultimo italiano a vincerlo fu Dario Fo nel 1997).

Nei giorni scorsi il sovrano Carlo XVI Gustavo di Svezia, che partecipa di diritto alle riunioni dell’Accademia reale, si è espresso per una modifica statutaria che renda eleggibili i membri e dunque possibili le dimissioni. Ieri la notizia-bomba: il prossimo premio verrà assegnato solo nel 2019. La decisione è stata motivata dallo scandalo delle molestie sessuali, oltre che da quello connesso a reati finanziari. Il comunicato ufficiale parla della «diminuita reputazione» e della «ridotta fiducia» nell’Accademia.
Una clamorosa - e virtuosa - autocritica del «comitato dei saggi» da un bel pezzo nel mirino di critiche graffianti pure sul versante letterario. A decidere - sostengono per esempio i detrattori di casa nostra - è un gruppetto di «professori vecchi e comunistoidi», in preda alla voglia senile di farla grossa. Beh, è falso! Abbiamo visto che non mancano le donne e abbastanza giovani.

E se alcuni dei Nobel letterari sono sconosciuti in Italia è perché - purtroppo - tendiamo a trascurare il resto del mondo: il cinese Gao Xingjian (2000), lo svedese Tomas Tranströmer (2011), e la bielorussa Svetlana Aleksievic (2015). Di contro, non solo da noi, alcuni nomi incoronati sono considerati corrivi con il mercato, ovvero pop, come il francese Jean-Marie Gustave Le Clézio (2008) o Bob Dylan (2016).
Per chi sia interessato, fra l’altro, v’è una saggistica di pregio sui lavori e sul complesso meccanismo decisionale dell’Accademia, a partire dalle candidature. Ad esempio, una ricerca di Enrico Tiozzo, La Letteratura italiana e il Premio Nobel (Leo S. Olschki ed., 2009), passa al setaccio la storia critica e i documenti cui si può ottenere accesso soltanto dopo mezzo secolo, al pari degli archivi dei ministeri della Difesa.

Ma a colpire, ancora una volta, è l’autocontrollo dell’Accademia. Ai reiterati sgarbi di Dylan, che a lungo si negò al telefono pur facendo trapelare di essere onorato, da Stoccolma replicarono in maniera serafica: «Non può venire? È inconsueto, ma non eccezionale». Harold Pinter, Elfriede Jelinek e Doris Lessing non si presentarono alla cerimonia per motivi di salute, mentre Jean-Paul Sartre e Boris Pasternak rifiutarono il Nobel (l’autore del Dottor Zivago cedette alle pressioni del KGB che gli avrebbe vietato di rientrare a Mosca).
Ecco, anche di fronte alla turbolenta vicenda delle molestie, l’Accademia si è mostrata all’altezza di un’autentica élite: analisi del contesto, discernimento del problema, scelte nette e senza ipocrisie. A Hollywood, in piena buriana-Weinstein, nessuno si è lasciato lambire dal dubbio di non assegnare l’Oscar. Invece a Stoccolma sanno che «anche per perdere bisogna sapersi battere».

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