Domenica 22 Luglio 2018 | 20:37

Esempi portoghesi
per il Governo che verrà

sedie del governo

Sosteneva Albert Einstein (1879-1955) che follia significa fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi. L’Italia è il Paese che più si applica per restare fedele all’aforisma del grande scienziato e filosofo tedesco. Ogni tanto provvede pure qualche organismo internazionale a darle una mano. Pochi giorni fa, l’Ocse che, negli anni scorsi, non si risparmiava nel dispensarci consigli economici tutti orientati sul capitolo dei tagli, ha ribaltato la cura caldeggiata finora per suggerire la più classica delle terapie in materia di entrate: una bella patrimoniale, nobilitata come strumento di lotta alle diseguaglianze sociali. Se l’Italia fosse un paradiso fiscale, o finanche un purgatorio, l’idea dell’Ocse non risulterebbe affatto peregrina. Qualcuno dovrà pure pagare servizi pubblici e costi della democrazia. Ma siccome il fisco made in Italy evoca l’inferno piuttosto che un’oasi senza gabelle, la proposta della patrimoniale sembra un incrocio tra una provocazione intellettuale e una dimostrazione di incoscienza.

Se l’Italia arranca più di altre nazioni dietro il treno della ripresa, la causa primaria va attribuita proprio a una tassazione più vorace di una tigre. Né regge la tesi che il 43% della ricchezza è appannaggio del 10% più ricco della popolazione. Uno, perché i dati ufficiali in Italia sono più falsi dei rigori concessi al Real Madrid. Due, perché si trascura il fatto che metà degli italiani non pagano le tasse, perché risultano nullatenenti (!) o quasi. Tre, perché l’1% della popolazione (sopra i 100mila euro lordi) assicura il 17% del gettito fiscale, mentre il 50% garantisce a un di presso solo il 5%.
Che vogliamo fare, con la patrimoniale? Vogliamo scoraggiare ancora le fasce più dinamiche e produttive del Paese? Vogliamo incentivare l’esodo dei capitali dalla Penisola?

Vogliamo disincentivare l’acquisto dei titoli del debito pubblico italiano da parte degli investitori stranieri? È bene intendersi: la patrimoniale può costituire la classica misura che sfocia nell’eterogenesi dei fini, perché, anziché combattere la povertà, finirebbe per alimentarla. Del resto a cosa si deve la proletarizzazione dei ceti medi, in atto da anni, se non al continuo inesorabile rialzo della pressione impositiva? Eppure, si fa finta di nulla, si sottovaluta il problema e si ricade puntualmente nel meccanismo della follia esorcizzata da Einstein: fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi.
C’è un Paese in Europa che, anziché spaventare i risparmiatori, li coccola manco fossero tanti munifici zii d’America: il Portogallo. Il Portogallo cresce ininterrottamente da 17 anni, ma negli ultimi due ha dato il meglio di sé (+3% del Pil in soli 12 mesi). La disoccupazione è ai minimi storici (8,2%). I titoli di Stato lusitani non salgono più sull’altalena. Il debito pubblico sta calando in modo significativo.

L’origine del miracolo economico di Lisbona va cercata in una rigorosa dieta fiscale che ha rimesso in forma l’organismo, rinvigorendone la linea e destando l’attenzione degli investitori forestieri. I detrattori del boom lusitano obiettano che il Portogallo si è trasformato in un vero paradiso fiscale (dei pensionati), visto che chi diventa residente «non abituale» non deve pagare tasse sulla pensione per i primi 10 anni. Ma il paradiso è il contraltare dell’inferno. Se il Portogallo viene percepito e raccontato come paradiso fiscale, ciò significa che altrove imperversa la dannazione fiscale.
Sta di fatto che oggi il Portogallo si distingue per due virtù: aver dato i natali a Cristiano Ronaldo e aver dimostrato, attraverso la moderazione tributaria, che il fenomeno della disoccupazione non è irreversibile, nonostante la quarta rivoluzione industriale, e che la crescita non è una chimera.

E pensare che la nazione del fado e del poeta Fernando Pessoa (1888-1935) stava messa peggio del Mezzogiorno d’Italia. Modesta produttività. Bassi indici di lettura. Pil risibile. Industrializzazione scadente. Arretratezza congenita. Oggi, invece, grazie all’attrazione fiscale, il Portogallo sta recuperando punti su punti indicando al governo italiano, ma soprattutto al nostro Meridione, la via da seguire. Che è l’opposto della logica tartassatrice insita nell’idea della patrimoniale.
Chi, nel segno dell’eguaglianza economica assoluta, rincorre il paradiso in terra, il più delle volte approda e fa approdare all’inferno. I sostenitori della pianificazione a tutti i costi assicurano che, così operando, si scongiurano sul nascere gli alti e bassi del mercato, le cui crisi penalizzano le fasce più deboli della società. Sarà. Ma, come obietta l’economista peruviano Jesus Huerta de Soto «il vantaggio di eliminare le crisi economiche equivale ad affermare che il vantaggio di essere morti è l’immunità alle malattie». Non a caso le economie di comando sperimentate fino al 1989 nell’Europa dell’Est precipitarono subito in una condizione di capillare «depressione cronica»: colà non si alternavano gli alti e bassi del ciclo economico, ma si susseguivano solo i bassi. Infatti, a un certo punto quel Sistema collassò.

Non sappiamo quali saranno gli scenari governativi prossimi venturi in Italia. Sappiamo solo che la nuova legislatura e il successivo pregoverno (figuriamoci il governo) sono in crisi già dalla culla. Non sappiamo quale indirizzo economico seguirà il prossimo esecutivo, che si annuncia istituzionale o presidenziale (nel senso di garantito/modellato dal Capo dello Stato). Sappiamo solo che le sirene fiscali in Italia non vanno mai in vacanza specie se il loro canto viene sollecitato da registi o suggeritori esterni, com’è il caso dell’Ocse.
Ma l’Italia si trova di fronte a un bivio: o segue la moderna strada portoghese o rischia di patire la recente odissea greca.
In ogni caso urge un governo che decida, e che risponda al telefono di chi chiede risposte italiane su politica estera (crisi siriana) e questioni economiche (debito pubblico e fiscal compact).

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