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Giovedì 22 Febbraio 2018 | 20:03

IL NUOVO FILM DI OZPETEK

Giallo nella Napoli
velata e... ri-velata

 Giallo nella Napoli velata e... ri-velata

NAPOLI VELATA di Ferzan Ozpetek. Interpreti e personaggi principali: Giovanna Mezzogiorno (Adriana), Alessandro Borghi (Andrea), Anna Bonaiuto (Adele), Peppe Barra (Pasquale), Biagio Forestieri (Antonio), Luisa Ranieri (Catena). Drammatico, Italia, 2018. Durata: 113 minuti

di OSCAR IARUSSI

Familiare e perturbante, erotico e funereo, razionale e misterioso. Il nuovo film di Ferzan Ozpetek, Napoli velata, evoca natura e cultura del «doppio» in un labirinto di ricordi, rimozioni, agnizioni. Visioni notturne in pieno giorno, stanze segrete museali o domestiche, un clan protettivo ed enigmatico di streghe maghi veggenti fra i quali primeggia Peppe Barra, e, a proposito di sguardi, un occhio a mo’ di amuleto, feticcio e piccolo totem genitoriale che passa di mano in mano, viene perso e infine ritrovato... Insomma, Freud sotto il Vesuvio, esplorato da un autore a sua volta a cavallo di due mondi, tra l’Oriente della natia Istanbul e l’Ostiense prediletto nei suoi film romani. Stavolta Ozpetek si assume il rischio di una tombolata barocca, sia raffinata sia vajassa, che si conclude al cospetto del settecentesco «Cristo velato» di Giuseppe Sanmartino nella cappella Sansevero, metafora scultorea dell’ambivalenza: il sudario copre, ma invero esalta le forme. Ciò che nasconde è ciò che ri-vela. Insomma, il film è un giro nella penombra dell’anima mediterranea, dopo la solarità delle incursioni salentine del regista (Mine vaganti, Allacciate le cinture).

La trama essenziale e vagamente in giallo è presto detta: una sera la protagonista quarantenne Adriana (Giovanna Mezzogiorno) si lascia irretire e portare a letto da uno sconosciuto più giovane di lei, tale Andrea (Alessandro Borghi). La notte di sesso bollente sembra il preludio di un amore rigenerante per la donna pensosa e solitaria, di professione medico legale, cui invece di lì a poco toccherà la tragica sorpresa di esaminare il cadavere del suo amante, cui un assassino in vena di macabri simbolismi ha asportato i bulbi oculari... Comincia così la discesa agli inferi di Adriana, di pari passo con il tentativo di venire a capo del thriller da parte degli investigatori. La sua ossessione è il corpo del maschio perso e ritrovato nelle forme di un inquietante e fantasmatico gemello di Andrea, che è lo specchio di un trauma infantile della donna.

In questa doppiezza suggestiva e ipnotica, che vien facile attribuire a Partenope, città «porosa» e verticale con il suo palinsesto di significati, si cela il lutto di Adriana ben più della sua dimensione erotica. «Napoli, tu divori i tuoi figli» – dice la zia della protagonista, interpretata da Anna Bonaiuto, sporgendosi su piazza del Gesù da una lussuosa dimora. Siamo a Palazzo Pandola, davanti all’obelisco dell’Immacolata, la stessa residenza scelta più volte come set da Vittorio De Sica e da Roberto Rossellini per alcune scene di Viaggio in Italia, che, a ben pensarci, è un modello o, meglio, un «archetipo» di Napoli velata. Difatti il tema, qui come in Rossellini, non è il fascino dell’ombra o l’estasi dei sensi, bensì la possibilità di interpretare elaborare superare la paralisi affettiva, ovvero di illuminare il lato oscuro per continuare o riprendere a vivere. Sapendo tuttavia che non tutto è intellegibile (l’occhio del finale...).

Già, il film di Ozpetek non si risolve affatto in un elogio dell’irrazionalità, caso mai ambisce a un illuminismo temperato, conscio dei limiti della ragione. In tal senso fa testo, diremmo, il ruolo di Antonio (Biagio Forestieri), il commissario vedovo che s’innamora a sua volta di Adriana, uno dei personaggi più riusciti, laddove la galleria corale/tribale di figure femminili interpretate da nomi celebri – Sastri, Ferrari, Ranieri, Calzone – qua e là lambisce la maniera.

Giovanna Mezzogiorno ritrova Ozpetek quasi quindici anni dopo La finestra di fronte e riserva una prova credibile perché l’azzardo non è mai soltanto il suo, bensì quello di una città in preda a una disperata voglia di luce. «Io vuless addiventà nu poc e sol», conferma Arisa in Vasame, la canzone del film.

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