Cerca

Lunedì 22 Gennaio 2018 | 21:23

L'incanto «speziale»
nella collezione «Chini»

La mostra degli antichi albarelli delle farmacie

L'incanto «speziale» nella collezione «Chini»

Francesco Romano

«Gli antichi vasi di farmacia hanno un fascino strano, hanno una vita, tanto che noi oggi non sappiamo disgiungere l’impressione visiva di una farmacia, sia pure umile e modesta, da quella dei vasi che l’adornavano». Cosi Gabriele D’Annunzio scriveva dei tipici recipienti usati nelle antiche farmacie per contenere spezie, prodotti erboristici o preparati medicinali come unguenti, polveri e altre sostanze medicamentose «su misura». Proprio vero: difficile «disgiungere». E con gli «albarelli», che di quei vasi di maiolica rappresentano l’espressione artistica più rilevante, il riferimento dannunziano ripropone con maggiore forza evocativa l’intima intersezione fra la natura tecnica (la conservazione) e la funzione estetico-rappresentativa dei preziosi contenitori. Fino, appunto, a farne «impressione visiva». Fino a farne ancora oggi, per accostamento e corrispondenza, «farmacia».

Allora: dal 2 dicembre scorso al 31 maggio prossimo il MuMa, il Museo della Maiolica da due anni esatti incastonato nel Palazzo Marchesale di piazza Plebiscito (quasi quindicimila visite), ospita 29 albarelli della «Collezione Chini». Prodotti nel XVIII secolo, in massima parte (23) nelle botteghe laertine (cinque esemplari sono attribuiti alla vicina Grottaglie, uno alle Fornaci di Terra d’Otranto), e provenienti dal Museo civico di Bassano del Grappa, andranno ad affiancarsi agli analoghi manufatti «speziali» della raccolta di Riccardo Tondolo (catalogo curato da Guido Donatone), esempi tangibili - insieme ai tanti presenti in musei sparsi per il mondo e nelle vetrine di numerosi collezionisti -, della straordinaria produzione di maioliche nella Laterza del tempo: a metà del ‘700 il catasto onciario dell’Archivio di Napoli registrava 45 «faenzari», sui 3200 abitanti contati dal borgo laertino verso la fine dello stesso secolo.

«Un’esplosione di turchino, giallo arancio, verde ramina e bruno manganese» scrive Nicola Zilio, curatore per il Comune di Laterza della mostra e, in collaborazione con Domenica Bellini, autore delle schede del catalogo «I capolavori della maiolica laertina» stampato per l’occasione. Negli albarelli di Virgilio Chini, medico bassanese dal 1948 al 1971 ordinario di Clinica Medica all’Università degli studi di Bari e appassionato custode della maiolica di Laterza, la funzione «apotecaria» dei vasi introdotti nella produzione italiana sul principio del secolo XV da prototipi orientali, si fonde - tra boccioli di peonie e stilizzati cerbiatti, campanili arabeggianti e leoni rampanti - con l’uso domestico, come oggetti di lusso o semplici contenitori, dei finissimi manufatti di maiolica.

Per il sindaco Gianfranco Lopane, per i delegati Mimma Stano (Marketing e Turismo) e Sabrina Sannelli (MuMa), e per il direttore del Museo, Arcangelo Lapomarda, una sintesi «di arte e bellezza».

Il nome del vaso. «Non trovo io che tra gli mastri italiani habbia altro nome che albarello, né altrimente si chiama nelle spetiarie» riportava tra il 1556 e il 1562, nel manoscritto «Li tre libri dell’arte del vasaio», l’architetto e decoratore di maioliche Cipriano Piccolpasso. Fascino aggiunto: fino al 31 maggio prossimo (info al 333.5726138) con le collezioni di Chini e di Tondolo e fra gli altri «tesori» invetriati del MuMa - anche pezzi rivenienti da santuario Mater Domini e dalla collezione Calabrese -, la «figulina» di Laterza mette in mostra, in tema di albarelli, un significativo «campionario» delle sue antiche fornaci. E ieri, per «99 Borghi», iniziativa promossa da Confcommercio e Regione Puglia per «raccontare» i borghi pugliesi, il MuMa e i suoi vasi «apotecari», hanno aperto in edizione straordinaria.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400