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Martedì 17 Ottobre 2017 | 10:04

Callas, il canto greco del '900

«Casta Diva» sfortunata in amore. Aveva solo 54 anni

Callas, il canto greco del '900

Ugo Sbisà

Quando il suo cuore si fermò, il 16 settembre del 1977, Maria Callas aveva appena 54 anni, ma la sua salute, fisica e psicologica, era compromessa da tempo. La sua ultima apparizione nei teatri risaliva a quattro anni prima, al 1973, una tournée con il tenore Giuseppe Di Stefano, conclusasi non proprio felicemente: al di là dei motivi artistici, fra i due era nato qualcosa di più di un semplice rapporto di colleganza ma, poiché Di Stefano era sposato, rapporto e tournée vennero interrotti bruscamente prima che tutto potesse degenerare in uno scandalo.

Tuttavia, sebbene la stella di Maria Callas si fosse offuscata da tempo, la sua morte finì per coincidere con la nascita di una leggenda che l’ha trasformata in una delle icone musicali del Novecento e che tutt’oggi continua ad esercitare un grande fascino ben oltre il pur ampio mondo dei melomani.

Nata a Manhattan il 2 dicembre del 1923 da genitori greci – il vero cognome della famiglia era Kalogeropoulos, poi cambiato in Kalos, quindi in Callas – la piccola Anna Maria Cecilia Sofia si era appassionata all’opera sin da piccolissima e, stando almeno ai racconti della madre Evagelia – che come tutte le mamme calcava la mano... - cominciò a cantare le arie d’opera sin da piccolissima e con un tale trasporto che un giorno, per via delle finestre aperte, la bellezza della sua voce avrebbe addirittura bloccato il traffico della metropoli, perché gli automobilisti desideravano ascoltarla. Tuttavia, un altro episodio dell’infanzia – questa volta riferito dalla stessa Maria – appare quantomeno singolare: raccontava

di aver subìto un incidente a 5 anni; travolta e trascinata da una macchina, era restata in coma per oltre venti giorni e di quel lungo periodo priva di coscienza ricordava solo le strane musiche che le ronzavano nelle orecchie.

In ogni caso, il padre farmacista avrebbe voluto per lei un futuro diverso, ma alla fine la assecondò consentendole di studiare canto. Cosa che continuò a fare anche quando quattordicenne, dopo la separazione dei suoi genitori, tornò in Grecia con la madre, proseguendo i suoi studi ad Atene. Erano gli anni difficili della guerra e, nella Atene occupata dai nazisti, si attirò molte critiche per la sua scelta di imparare il tedesco per poter cantare anche il repertorio più gradito agli invasori. In quegli anni dovette arrangiarsi alla men peggio, cantando di tutto. E c’è persino chi sostiene che avesse accettato di esibirsi in locali per nulla raccomandabili.

Finita la guerra, a Maria fu chiaro che restando in Grecia avrebbe concluso ben poco: fu così che decise di tornare dal padre, a New York, ma non vi rimase a lungo. Baby sitter a casa di un amico di Toscanini, potè usufruire di una raccomandazione che nel 1947 le consentì di arrivare in Italia per cantare nella Gioconda di Ponchielli all’Arena di Verona. Qui fu presa a benvolere dal direttore d’orchestra Tullio Serafin, ma soprattutto incontrò Giovanni Battista Meneghini, un ricco industriale amante della lirica che di lì a poco le fece una singolare proposta: avrebbe provveduto lui a qualunque sua esigenza, a condizione che Maria dedicasse esclusivamente allo studio. Due anni più tardi sarebbe diventato suo marito e poi anche il suo impresario in un matrimonio fatto di rispetto, riconoscenza, ma senza amore.

Meneghini, peraltro, l’aveva sposata quasi clandestinamente, con un rito celebrato frettolosamente in canonica, perché la sua famiglia non ne condivideva la scelta «disdicevole» di unirsi in matrimonio a una cantante.

Nel frattempo, la carriera di Maria Callas era esplosa a Firenze, dove nel 1948 aveva interpretato per la prima volta la Norma di Bellini, facendo talmente sua l’aria «Casta Diva», al punto che tutt’oggi non la si può citare senza pensare al suo nome. Seguirono nel 1949 il trionfo nei Puritani di Bellini alla Fenice di Venezia, favorito da un’improvvisa sostituzione e poi ancora La Scala nel ‘51 con I vespri siciliani di Verdi, il Metropolitan di New York nel ‘56 con Norma e via via con altri grandi titoli, da Lucia di Lamermoor a Tosca, da Madama Butterfly ad Anna Bolena, Medea, Macbeth o La Vestale.

Per definire quella sua voce unica, che come ha sottolineato Franco Zeffirelli, «era insieme di soprano, mezzo soprano e contralto», i critici avevano coniato il termine di «soprano drammatico di agilità». Ormai era «Callas mania», i teatri facevano a gara per assicurarsi il suo nome nelle proprie stagioni e la Callas, che nel frattempo si era sottoposta a una dieta drastica perdendo circa 40 chili – di qui la leggenda che avrebbe ingoiato un verme solitario per riuscirci – era l’ospite più ambito nei salotti del jet set internazionale.

Non era però una via facile da mantenere: gli impegni, lo stress, il rapporto con un pubblico che la amava, ma che sapeva anche criticarla ferocemente, cominciavano a presentarle un conto da pagare che con il tempo sarebbe diventato sempre più salato. Arrivarono così le prime defezioni, culminate nella famosa notte dell’Opera di Roma: era il gennaio del 1958 e per ascoltarla in Norma c’era anche il presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi. Ma lei non era in forma e preferì lasciare l’opera dopo il primo atto. Una decisione scandalosa che l’indomani venne rilanciata da tutti i giornali, creandole non pochi problemi di lavoro.

Altre nubi si addensavano all’orizzonte e stavolta per motivi sentimentali: nel 1957, auspice la giornalista americana Elisa Maxwell, la Callas aveva conosciuto a Venezia un suo connazionale, il miliardario greco Aristotele Onassis che, dopo una corte spietata, nel 1959 l’aveva invitata a fare una crociera sul suo panfilo «Christina»; gli altri ospiti, per inciso, erano sir Winston Churchill, gli Agnelli e il Principe di Monaco. Era probabilmente un segno del destino, perché proprio in quell’occasione fra la cantante e Onassis nacque una passione bruciante che appena un anno dopo la spinse a separarsi dal Meneghini.

Aveva seguito la voce del cuore, Maria, come le eroine che era abituata a impersonare sulla scena. E aveva dato scandalo in una società che in quegli anni considerava peccaminosa la sua scelta di vita. Furono dieci anni di grande amore, ma anche di liti furiose, conditi dalla frustrazione per una gravidanza non andata a buon fine, che finirono per aggravare la sua instabilità artistica.

Sta di fatto che, quando Onassis si rifiutò di ufficializzare il loro rapporto per sposare Jacqueline Bouvier, vedova Kennedy, alla Callas sembrò che il terreno le franasse sotto i piedi. A risollevare almeno in parte, professionalmente e umanamente, le sorti di Maria Callas ci pensò Pier Paolo Pasolini che nel 1969 la impegnò prima nel mondo del cinema con una memorabile Medea girata in Turchia, nella regione della Cappadocia, quindi la introdusse in un ambiente più intellettuale e meno mondano di quello del jet set che aveva frequentato accanto a Onassis. La sua carriera, però, era ormai in fase calante e anche la sua vita non era così lontana dal termine.

Dopo la sfortunata tournée con Di Stefano, scelse di ritirarsi a Parigi, lontana da tutti, ma non dalle cattive notizie: nel 1975 apprese infatti della scomparsa dei due uomini che avevano segnato profondamente la sua esistenza, sia pure in maniere diverse: Onassis e Pasolini.

Quel 16 settembre del 1977 il cuore di Maria Callas smise di battere ponendo fine a un’esistenza intensa, ma travagliata. Ci fu persino chi azzardò l’ipotesi del suicidio, sebbene il referto medico avesse chiaramente indicato come causa del decesso un arresto cardiaco.

Volle essere cremata, affinché le sue ceneri fossero sparse nell’Egeo, il mare dell'anima che aveva più volte solcato con il suo amato Theo – così era solita chiamare Onassis -, certa che in questa maniera lo avrebbe ritrovato per l’ultima volta.

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