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Martedì 17 Ottobre 2017 | 19:01

Lungomare di Bari

«La mia infanzia tra le onde
e i gabbiani della Muraglia»

Gino Dato: crescere a Bari Vecchia nel Maestrale

«La mia infanzia tra le onde e i gabbiani della Muraglia»

Prosegue la nostra serie di articoli e racconti che continua ad accompagnare i Lettori della «Gazzetta». Abbiamo chiesto a scrittori, giornalisti e personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo di rievocare i propri ricordi o suggestioni del Lungomare di Bari.

di Gino Dato

Sono nato sulla prua di Bari, la Muraglia, il sabato santo del 1949. Nonostante le radici calabro-appulo-campane, il primo vagito, sollecitato con preoccupante ritardo dal buffetto vigoroso della levatrice, fu in dialetto barese stretto. La casa dei miei genitori era un nido di gabbiani, ma, come spesso accade per gli ambienti piccoli, presentava più vie di fuga. Godeva infatti di due entrate: una, più popolare, il portone che affondava in basso, su via Palazzo di città, la strada che unisce la Basilica a piazza Mercantile; l’altra, più regale e aerea, che sovrastava il mare e affacciava sugli spalti di Via Venezia. Non ricordo il numero civico, ma di sicuro il nido s’arroccava nel tratto tra l’attuale sede del Comune e lo slargo in cui la basilica di San Nicola si proietta sulla Muraglia.

Guardando l’orizzonte a Est, godevo del privilegio di tre piani visivi: in ordine di lontananza, il mare, il lungomare Imperatore Augusto Traiano, strada che costeggiava quella che era un tempo la cinta della città, e appunto la Muraglia di via Venezia. Sono stati l’imprinting del mio lungomare.

Delle due porte, popolare l’una e svettante l’altra, che mi schiudevano sul mondo, ho amato subito e più intensamente quella che dava sull’azzurro del cielo-mare, appena bucato da una ringhiera continua. Rientranze e bastioni ricamavano la tavolozza dei blu accesi di maestrale con i verdi biliosi di alcuni giorni di tempesta. Ma al contempo orecchiavo dall’altra porta, che dava sui vicoli brulicanti di vita, dai quali salivano le voci dei baresi, i profumi di ragù, le fragranze della focaccia o dei maritozzi.

I miei primi compagni di gioco furono i gabbiani, nell’irrequieto volo tra terra e acqua. In foto estratte da vecchi album ritrovo un bambino che, aggrappato alla ringhiera, sembra sfidare e spiccare il volo verso il mondo, un batuffolo di boccoli che si muovono crucciati su un triciclo, la prima «divisa» per l’alunno «uditore» della scuola Filippo Corridoni.

Dalla porta che affacciava al mare non familiarizzai solo con le creature marine. Nei primi anni di vita ho visto passare - vi parrà strano - gli ultimi greggi che lambivano la città, le pete, come mi dicono che chiamassi quegli esseri strani. Sì, avete capito bene, a cavallo tra anni Quaranta e inizi Cinquanta, le pecore passavano ancora sui bastioni della città vecchia, sentivo i loro campanacci, per dare il latte fresco, il primo fast food, dal sapore indimenticabile. A cinque anni, dalla porta del mare mi avventuravo fino a Santa Scolastica, sotto occhi attenti per le prime scorrerie del pirata, simulando in qualche vecchia foto uno stato di vecchiezza prematura. Gli esordi della mia vita incrociavano le origini millenarie della città, laddove continuano ad affiorare resti dell’antica Bari.

E quella porta al cielo fu la via d’uscita e di salvezza per un evento drammatico che colpì Bari nel novembre 1954, una mareggiata accompagnata da piogge alluvionali. Non erano infrequenti, ma nella mia mente di bambino divenne un maremoto. Le acque sommersero il piano stradale e salirono minacciose fin sulla Muraglia, il mio castello. Scolpiti sono i frammenti di quella mattina «epica»: sugli spalti venne a «salvarci», me e la mamma, una jeep dell’Esercito, e mio padre, militare, che troneggiava su di essa. Quel giorno il cielo livido si era impastato con la terra e il mare in una poltiglia grigia che sputava amaro da ogni punto. E sui frangiflutti di quel mare che si rifugiava nei miei occhi ho fatto le prime esperienze di bagni e navigazione casereccia, cullato e protetto dal copertone nero d’auto, forma arcaica di salvagente, ruota scialuppa e canotto improvvisati, stesi sul quale sperimentavamo il gusto delle piccole traversate. Sugli scogli, ho improvvisato le prime cacce a granchi e pelose, quando ancora osavano affacciarsi alla vista per condividere uno spazio al sole.

Poi, negli anni, la famiglia abbandonò il borgo antico per i nuovi quartieri che crescevano tra Carrassi e Poggiofranco e il mare, poco alla volta, è diventato un luogo della mente, un po’ estraneo, quasi mitico, il profumo che odoravi solo nei giorni di maestrale, quando il vento inondava le nuove abitazioni oltre la ferrovia, oppure quando si tornava in «centro» per la festa di san Nicola.

Quel lungomare ha continuato a essere il palcoscenico della mia giovinezza, studente del ginnasio liceo Quinto Orazio Flacco. Al mare affidavamo la spensieratezza e l’allegria dei giorni in cui sciamavamo per l’improvvisa assenza di un professore. Al mare rivolgevamo i sospiri e le imprecazioni dalle alte vetrate del severo edificio, rigidamente diviso in esclusivi ambienti per maschi e invalicabili ambienti per femmine. Al mare volavano i primi baci, sguardi e pensieri d’amore, preziosi, pudichi.

Il mare fu la scena della mia prima bottega di lavoro, l’Ufficio Stampa della Fiera del levante. Al mattino, incontravi il severo Giuseppe Giacovelli, l’irridente Vittore Fiore, il sornione Pasquale Satalino, l’ironico Mario Dilio, maestri e compagni gioviali, sempre pronti alla battuta salace. Gli uffici erano una bomboniera di vetro che guardava sempre alle onde. In ogni momento dell’anno, il profumo del mare saliva a impastare pensieri e operatività, in una gioia di pensare e fare che era il motore primo di un ente oggi ripiegato su un futuro che non conosciamo. Per tutto l’anno il lungomare incorniciava le rassegne numerose, fino al tripudio di colori della Campionaria di settembre. Era il tempo degli inviati che venivano a scandagliare le sorti del Sud, erano le Giornate del Mezzogiorno ma anche il calendario lento di un elisir di lunga vita, il profumo delle merendine Aida e dei pop corn che si mescolavano alla salsedine.

Il mio lungomare non lo ritrovo più neanche nei giorni di vento in cui su quella muraglia vorrei rifugiarmi per tornare a guardare lontano. I miei nipoti mi chiedono dov’è il Monte Rosso. Scruto l’orizzonte e vedo solo navi crociera.

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