Lunedì 25 Giugno 2018 | 06:36

tradizioni

A Sammichele
la focaccia a libro

focaccia

di Valentino Sgaramella

SAMMICHELE - «Na pòte venì la Pàsche, ci na fàsce la quinta déceme la lùne de Màrze». La frase, tradotta in lingua italiana dal vernacolo sammichelino, vuol dire «non può essere Pasqua prima della quintadecima plenilunio, la luna di marzo».
Spiega Oronzo Dalfino, cultore di storia e tradizioni «casaline», la Pasqua cristiana si fissa in base al calendario lunare. Nel 325 il Concilio di Nicea, interpretando un passo di San Paolo, stabilì come data della Pasqua la domenica successiva alla prima luna piena di primavera. Dunque, la Pasqua è una festa mobile che può cadere in un periodo di 35 giorni: dal 22 marzo, nel caso sia plenilunio il 21 marzo, primo giorno di primavera, e il giorno successivo sia domenica, al 25 aprile, se il primo plenilunio è il 18 aprile e il giorno successivo è lunedì.
Dopo la messa vespertina del Giovedì Santo, come si sa, non sono consentite altre celebrazioni eucaristiche fino alla notte di Pasqua.

La Resurrezione di Cristo, dunque, è l’inno alla vita nuova, alla gioia, per il credente. Nelle tradizioni locali, il lunedì di Pasquetta interi nuclei familiari si riunivano per la tradizionale gita fuori porta. Tutto era favorito dai primi tepori di un caldo sole di primavera.
Il popolo sammichelino è, per tradizione, assai solidale e portato alla condivisione di ogni cosa non solo con i parenti ma anche con il vicinato. Anche il pranzo in campagna era l’occasione per testimoniare che a volte perfino la povertà delle condizioni economiche veniva sublimata da un forte senso di coesione sociale.
Parentado e vicinato per tutta la giornata stavano insieme, consapevoli di dare vita a un’organizzazione sociale in grado di compensare le carenze e le rinunce di un tempo difficile.

La tradizione voleva che il Lunedì dell’Angelo si andava tutti al bosco di «Sciuscio» o «Gonnella» o anche nei pressi della ferrovia a «u’ Priatorie» (il Purgatorio) per celebrare «la pascaredde».
Ciascuno con il proprio compito, si preparava in collaborazione l’occorrente per il delizioso pranzetto sull’erba. Si viveva di tante piccole cose cariche di forte simbologia. L’atmosfera frizzante faceva battere i cuori e la possibilità di celebrare la festa diveniva un rito. Chi cercava un pallone, chi portava con se «nà zoche», una corda per saltellare, chi preparava «nù chemetone», cioè un aquilone.
Uno sciame di bimbi fluiva in casa. E poi il nonno che non perdeva occasione per portare con se un grammofono a valigia, un vecchio mobiletto che conteneva la musica, per riascoltare la voce di Caruso. Le mamme preparavano il necessario, e le vettovaglie si caricavano su «u’ traine», il vecchio carro tirato da cavalli, guidato ancora una volta dal nonno.
La famiglia, giunta sul posto, sceglieva una radura dove sistemarsi. Non si restava mai soli, altre famiglie si ritrovavano ed era l’occasione propizia per intessere rapporti, amicizie e «cumbariggie». E con la primavera i primi ardori giovanili sfociavano spesso in amori. C’era sempre un tramite di turno che avvisava lo spasimante che in quel bosco sarebbe giunta la fanciulla tanto amata.
Un’enorme tovaglia stesa come un lenzuolo sul prato, fissata con dei massi alle estremità, e via con il menù. Si iniziava con le orecchiette per passare al coniglio al forno con contorno di patate o «lambagioni» e poi la tradizionale «focaccia a libro», produzione locale di Sammichele. Qualcuno preparava qualcosa di simile a un forno a campana, un tegame a cupola che consentiva di collocare carboni ardenti sopra e sotto: «U’ fueche sott e sobb». E poi un pasticcio di ricotta dolce e salato con l’impasto simile al calzone di cipolla. Tutto veniva innaffiato dal vino primitivo.

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