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Anniversario

Bari, la Pinacoteca
compie 90 anni
è la seconda del Sud

Bari, la Pinacotecacompie 90 anniè la seconda del Sud

Un dipinto di Giaquinto

Senza dubbio è uno dei più bei musei d'arte nel Meridione d'Italia. La Pinacoteca provinciale (ora si dovrebbe dire: metropolitana) di Bari è seconda solo al napoletano Capodimonte e al palermitano Abatellis; ed è pregevole e ricco museo, nonostante non possa vantare – come Napoli e Palermo – un passato da capitale di Stato. Eppure molti pugliesi non la conoscono.

Tele e tavole del Rinascimento veneto ne arricchiscono le sale: dal Giovanni Bellini ai numerosi Vivarini (Bartolomeo e Antonio, e forse Alvise), dal Tintoretto al Veronese, da Paris Bordon a Jacopo Palma il Giovane... E, inoltre, una corposa raccolta di dipinti di Corrado Giaquinto, il pittore molfettese celebre nel '700 in tutta Europa (per questo la Pinacoteca è stata da ultimo dedicata a lui); e, ancora, pittori napoletani del '600 e del '700 (dal Finoglio allo Stanzione, da Luca Giordano al Bonito, al Maestro dell'annuncio ai pastori...), con i quali fraseggia il Presepe «Caleno», ricco di ben 500 statuine...

Eppure molti pugliesi non lo conoscono. Benché i responsabili della istituzione promuovano innumerevoli iniziative per attirare l'attenzione sulla pregevole collezione.

Come quella che avverrà in questi giorni, per celebrare il 90° anniversario della sua costituzione. Infatti la Pinacoteca fu istituita nel 1928 (la data ufficiale dell'atto di fondazione sarebbe il 12 luglio); ma è da 150 anni, dal 1868, che si iniziò a prenderne in considerazione l'ipotesi. Per offrire anche alla Puglia il privilegio di una Pinacoteca d'arte nazionale; ma soprattutto perché non fosse disperso il patrimonio artistico d'ambito clericale, in seguito alla soppressione di conventi e monasteri (1866/67). Il museo ne doveva raccogliere tavole, tele, statue e manufatti...

L'arte sacra doveva supplire, in sostanza, alla carenza di collezioni di famiglie nobiliari, che – come è risaputo, e dovrebbero ricordarlo i nostri «neo-borbonici» – finivano per essere generosi committenti d'arte tutto a vantaggio della capitale, Napoli, depauperando invece le regioni su cui signoreggiavano. (Le poche collezioni pugliesi, quelle degli Orsini a Gravina e degli Acquaviva d'Aragona a Conversano, non hanno avuto migliore destino!).

Per agevolare la costituzione della Pinacoteca (diretta da Michele Gervasio sin dal 1928), si dette avvio a un'azione di prestito da altre raccolte nazionali. Ma, così facendo, ben presto il museo mostrò l'incongruente fisionomia di una rassegna variegata sì, ma poco «pugliese». E invece compito suo doveva essere quello di raccontare la nostra arte, con la committenza avvenuta in regione, e, tutt'al più, arricchire la presenza di artisti già documentati nelle nostre città: essere insomma un libro aperto della storia del gusto e della devozione in Puglia.

Ed è stata questa la missione sposata dai successivi direttori della Pinacoteca: da Michele D'Elia a Pina Belli D'Elia fino a Clara Gelao. Rinunciando a varie opere, rimandate agli originari musei, si provvide ad alimentare la Pinacoteca con un'oculata attività di acquisti sul mercato antiquario (si pensi ai teleri di Finoglio sulla Gerusalemme liberata che la Provincia comprò e affidò a Conversano). E se, già dal 1929, si acquisì Il trionfo di Giuseppe del Giaquinto, nei decenni successivi arrivavano altre tele del pittore molfettese, che erano fascinosi modelletti o dipinti devozionali – come l'ultimo riguardante la piccola Trinità con Cristo morto o quello che raffigura la «leggenda della Santa Croce».

Una buona gestione è come una proficua pioggia: perché ha l'effetto di far «piovere sul bagnato». Donazioni come quella del grandissimo scultore molfettese Filippo Cifariello (avvenuta nel 1935, in concomitanza con il trasferimento della Pinacoteca nel Palazzo di Provincia), o quella del barone Ferrara e del pittore Damaso Bianchi (riguardanti la pittura del '900), furono una manna per il museo. Da ultimo, nel 1986, il preziosissimo dono di Luigi Grieco – con oltre 50 tele dell'Otto e Novecento, tra le quali compaiono opere di pugliesi come Gioacchino Toma e De Nittis – si rivela un'antologia strepitosa dei Macchiaioli; e non solo...

Ma a «piovere sul bagnato» aiutano anche le iniziative messe in atto in Pinacoteca: tutte tese, in gran parte, a meglio conoscere il nostro patrimonio culturale. A cominciare dalla ormai leggendaria «Mostra dell'arte in Puglia dal Tardoantico al Rococò» che, allestita nel 1964 a cura di Michele D'Elia e Pina Belli D'Elia, costituì il meritorio sforzo di catalogare l'arte di secoli disseminata nella regione. Ad essa seguirono innumerevoli capitoli: dalla riflessione sul «Romanico» in Puglia a quella sulla committenza – non marginale – delle Confraternite.

Di recente, con sforzo non sempre ricompensato da adeguate risorse, l'azione di arricchimento e di tutela (i vari restauri che hanno interessato soprattutto le tavole e i dipinti rinascimentali veneti) è andato parallelo – grazie alla tenacia di Clara Gelao, attuale direttrice – con l'approfondimento di aspetti artistici congruenti la nostra cultura: dalle mostre su prodotti settecenteschi a «fili incollati» (con la salentina Marianna Elmo) a quello sulla ritrattistica (Persone), l'attenzione al Paesaggio o ad artisti meritevoli come, Riccardo Tota e Gaetano Stella (contestualizzato nella produzione di piccole sculture da camera, sempre pugliesi). Negli ultimi tempi, lo sguardo si è allungato fino ai nostri giorni.

Insomma, la Pinacoteca ha voluto diventare un «museo ideale» della Puglia intera, offerto a tutta la comunità. Un progetto virtuoso che a volte rischia di essere compromesso da una malintesa affermazione delle identità locali, con una ricorrente rivendicazione da parte di paesi e di enti, desiderosi di fregiarsi di questa o quella icona (come è avvenuto per l'Annunciazione del Vivarini, tornata a Modugno, e per la Madonna di Corsignano, pretesa da Giovinazzo...). In un trionfo del «proprio particulare», che è il vero veleno dei tempi moderni.

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