Mercoledì 20 Giugno 2018 | 11:25

TU NON CONOSCI IL SUD - Vintage 1

Il colpo d'occhio di Rubini

Dieci anni fa al cinema

Prime film Marzo 2008 - Sergio si riserva il ruolo di un potente critico, cui il giovane scultore Riccardo «soffia» la compagna Vittoria Puccini. Una storia d’amore e di potere, con un esito fatale. Tempi e recitazione quasi «bergmaniani»

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Il colpo d'occhio di Rubini

COLPO D’OCCHIO di Sergio Rubini. Interpreti e personaggi principali: Sergio Rubini (Lulli), Riccardo Scamarcio (Adrian) Vittoria Puccini (Gloria), Paola Barale (Sonia). Drammatico, Italia, 2008 - RECENSIONE APPARSA SULLA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO il 21 marzo 2008 

OSCAR IARUSSI

Sergio Rubini è uno degli autori più coraggiosi del cinema italiano. Non smette di sperimentare, di confrontarsi con tematiche difficili, di scoprire o «rivisitare» sentimenti, storie, e interpreti da Giovanna Mezzogiorno a Valentina Cervi e Vittoria Puccini, da Michele Venitucci a Riccardo Scamarcio. In filigrana, nella sua filmografia da regista inaugurata diciotto anni fa con La stazione, si coglie un autobiografismo poetico, fino all’apice espressivo del bellissimo La terra. E s’intravede la voglia di riscatto - innanzitutto linguistico e identitario - di un Sud più largo ed umano dell’ombra di un campanile, cui il pugliese Rubini appartiene con orgoglio e con i tormenti dell’emigrante. Da ieri è sugli schermi l’ultima fatica del Nostro, Colpo d’occhio, e questa voglia inesausta di mettersi in gioco è manifesta sin dall’inizio del film: i tempi drammaturgici e la stessa recitazione appaiono «dilatati», ovvero non mimetici della realtà, tendendo a un afflato per così dire «bergmaniano» nella illustrazione/esplorazione di una, due, tre crisi esistenziali che s’incrociano e si contraddicono in un corpo a corpo infine fatale (ma non sveleremo fatale per chi).

Poi, dopo una buona ora, Rubini serra i ranghi della trama firmata anche da Angelo Pasquini e dalla barese Carla Cavalluzzi, che complessivamente non difetta di efficacia e di un sottile inquietante fascino. Tuttavia si esce dalla sala con un senso di spaesamento o forse di incompiutezza: come se le premesse dei caratteri dei personaggi non fossero state portate alle estreme conseguenze, nonostante l’esito li restituisca a un copione esistenziale già scritto nelle stelle, o, se volete, al fato.
Nelle matrici dei film di Sergio c’è spesso un richiamo al tragico o ad archetipi classici, siano essi l’anima greca del Meridione, la danza scespiriana intorno al Caso, Dostoevskij e, stavolta, un che di faustiano che sorregge e mina Adrian/Scamarcio, scultore di provincia men che trentenne, alle prime armi e pronto a tutto pur di raggiungere il successo. Un’ascesa artistica che diventa paradossalmente a portata di mano quando Adrian s’innamora della coetanea Gloria/Puccini, portandola via al celebre e potentissimo critico d’arte cinquantenne Lulli/Rubini. Quest’ultimo, infatti, dopo essersi ripreso dal trauma di un incidente automobilistico avvenuto nella stessa notte in cui Gloria stava fuggendo dal suo status decennale di concubina (Lulli è sposato), prende a proteggere Adrian. Anzi fa di più, proiettandolo in un scenario internazionale - da Roma a Berlino e alla Biennale di Venezia - inimmaginabile per il giovane scultore ancora in cerca di uno stile (sebbene le sue opere nel film siano di un artista affermato quale Gianni Dessì).

Invero il mentore Lulli mira a controllare Gloria e a «governarne» il suo legame con Adrian. Un rapporto che perciò entra presto in crisi, offrendo un saggio di quanto ardue e complesse siano oggi le relazioni tra uomo e donna. Lulli s’intrufola tra i giovani amanti e ne avvelena le fonti amorose, raggiungendoli nel paesino fra i monti abruzzesi eletto a loro rifugio, dove Vittoria Puccini si mostra nuda al suo nuovo compagno (e allo spettatore), silhouette di raro candore, nonché brava nel restituire una nevrosi.

Ma Colpo d’occhio è soprattutto una riflessione sul potere e sulla sua prossimità col sapere (Michel Foucault docet), ovvero sulla perversione diabolica - e contagiosa - del «professore», Lulli appunto, la cui libido è sostanziata ormai più di violenza che di eros. Egli è in preda a un desiderio malato di geometrico controllo del mondo: tutto e tutti debbono rientrare in un disegno razionale, affascinante in quanto vincente. Adrian ne è irretito, perché l’ambizione non di rado semina vittime intorno e dentro chi la nutre. Mentre Gloria, partecipe dello stesso mondo della critica cui abdicò per diventare da allieva a sedicenne amante di Lulli, vorrebbe solo allontanarsi dal potere e riconsegnarsi a un’infanzia spezzata. Un’illusione.

Riccardo Scamarcio, per altro figlio di una pittrice, è credibile nei chiaroscuri del ruolo in bilico tra ingenuità e «maledettismo», smodata voglia di farcela e tenerezza. D’altronde, il duello cui lo chiama il Rubini regista e interprete di Lulli non è poca cosa. La cornice degli apporti tecnici del film - dalla musica alla fotografia, alle stupefacenti scenografie berlinesi - è curatissima. In una parte minore, Paola Barale, sul grande schermo per la seconda volta dopo il lontano Casa Vianello (1996), è l’assistente e nuova compagna del critico, algida e seduttiva.

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