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Lunedì 23 Aprile 2018 | 15:09

TU NON CONOSCI IL SUD

Quei De Nittis «segreti»
fra i tesori di Canosa

In mostra da oggi nel Museo dei Vescovi. Un accordo trentennale per esposizioni nella città che mostra segni di rinascita. Arte e impresa: l’apporto dei privati. Le meraviglie dell'archeologia

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Il sottotitolo della mostra è «Le parole non dette» e deporrebbe per un riserbo a vantaggio dei fatti, perché da oggi a Canosa di Puglia saranno in mostra alcuni oli «inediti» e splendidi pastelli di Giuseppe De Nittis, più uno dei suoi rari ventagli dipinti. Le opere dell’artista ofantino/parigino, considerato un genio dell’Impressionismo nascente, provengono da una collezione privata in loco. Il proprietario preferisce rimanere anonimo e preserverebbe altri gioielli di varie epoche oltre a questi del grande pittore che nacque nel 1846 a Barletta e morì, troppo presto, nel 1884 a Saint-Germain-en-Laye.

«Giuseppe De Nittis - Le parole non dette» si è inaugurata oggi e resterà aperta fino al 28 aprile nel Museo dei Vescovi «Francesco Minerva» in piazza Vittorio Veneto, adiacente alla cattedrale basilica San Sabino che va svelando i suoi tesori architettonici, in primis l’originaria decorazione in pietra nella cupola del transetto di destra, legati alla numerologia simbolica del 3 e dei suoi multipli tra i quali il «sacro» 33 dell’età di Cristo.

Il museo storico-diocesano nasce grazie a una serie di donazioni e avventurose vicende di possidenti terrieri rovinati dal gioco. Oggi appare come una realtà promettente in un contesto abbastanza vivace, che attende «solo» di essere valorizzato. A dirigerlo con passione è il parroco di San Sabino, monsignor Felice Bacco, inesausto studioso e custode delle memorie cittadine dalle catacombe cristiane all’episcopato di Sabino, per non parlare degli scavi archeologici che continuano a far affiorare meraviglie.

Abbiamo visitato in anteprima la mostra di De Nittis nei giorni dell’allestimento curato dai giovani Sandro Giuseppe Sardella, Vittoria Valentina Pelagio e Michela Cianti. Gli storici dell’arte ne diranno l’effettiva «novità», ma ve n’è abbastanza per stupirsi ed emozionarsi, anche grazie alle foto originali di Felix Nadar, pioniere nell’arte della riproducibilità tecnica, in cui figurano il Barlettano e la sua giovane moglie Léontine De Nittis con in braccio una bambina, forse la loro piccola figlia morta prematuramente. Altresì spiccano alle pareti struggenti vedute vesuviane, il pastello di un invernale «Albeggio sull’Ofanto» e alcuni piccoli dipinti del nostro fiume archetipico, laconico, fangoso, dalle anse spoglie e piane, tuttavia onirico, un «vuoto» fantastico e nostalgico per De Nittis. Poi, ecco il sensuale ventaglio esotico, giapponista come certi giardini della Ville Lumière coperti dalla neve. Il foglio porta iscritta la dedica a Léontine, a mo’ di pegno d’amore, chissà se contro le maldicenze che investirono la coppia.

E a ventaglio sono le iniziative che Canosa di Puglia va dispiegando senza clamore e talora - purtroppo - senza la comunicazione sufficiente (le parole non dette...). Stamane, per cominciare, verrà sottoscritto un accordo di collaborazione trentennale fra il Museo vescovile e l’impresa farmaceutica canosina «Farmalabor»: l’intesa consentirà di esporre opere d’arte negli spazi aziendali in occasione della Settimana nazionale della cultura di Confindustria e in altre giornate. La «Farmalabor» non è nuova al mecenatismo e agli investimenti in cultura e ricerca: da un ventennio contribuisce alla Fondazione Archeologica Canosina e un anno fa ha varato una Scuola permanente di Galenica farmaceutica, unica nel Sud Italia.
Intanto nelle scorse settimane il Gal «Murgia Più» e la stessa Fondazione Archeologica hanno completato la messa a punto dei sentieri in località «Pietra Caduta» (chiesa della Madonna di Costantinopoli), un sito archeologico nel quale si concentrano le tombe daune dal VI al IV secolo a.C. e i resti di cave dismesse risalenti al XIX secolo. Fra i molti ipogei nel territorio di Canosa, la Tomba Varrese ha registrato un boom di presenze da Capodanno alla Befana: duemila visitatori provenienti non solo dalla Puglia.

D’altronde «TripAdvisor» - buon ultimo, sebbene con l’appeal internettiano - «rivela» ben ventisei siti «imperdibili» in città o nei dintorni, dalla cattedrale al mausoleo di Boemondo d’Altavilla, dal ponte romano sull’Ofanto al Museo archeologico di Palazzo Sinesi. Giusto quest’ultimo smentisce il luogo comune sulla società civile/incivile del Mezzogiorno che sarebbe priva di coscienza storica e culturale. Il palazzo infatti è dal 1994 la sede di iniziative espositive congiunte tra la Soprintendenza per i Beni archeologici della Puglia che ha sede a Taranto, la Fondazione Archeologica Canosina e il Comune. Come dire che il privato dà una mano al pubblico pur di garantire un presidio statale. E che presidio! Le esposizioni temporanee di palazzo Sinesi (a cominciare da quelle dedicate ai reperti della tomba Varrese) consentono al pubblico di apprezzare la messe di corredi dell’aristocrazia canosina tra la fine del IV e la prima metà del III secolo. Nell’attesa che crateri, coppe, olle ritrovati a centinaia - spesso miracolosamente intatti - vengano mostrati qui o altrove.

Gli «ori di Canosa», e i De Nittis finora «segreti», e un nuova responsabilità d’impresa... Sono altrettanti refoli di un buon vento per la cultura in Puglia e al Sud, che ancora non soffia come dovrebbe. Che aspettiamo? Boh.

 

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