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Venerdì 17 Novembre 2017 | 20:32

TU NON CONOSCI IL SUD

Terra e mare

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

migranti

Una disputa tra terra e mare. Forzando un po’, si potrebbe interpretare così la vicenda del «codice di condotta» varato dall’Italia nelle operazioni di salvataggio dei migranti e di talune Organizzazioni non governative (Ong) che non lo hanno sottoscritto. Da una parte le ragioni dello Stato, dall’altra quelle della solidarietà. Terra e mare è il titolo di un piccolo, formidabile saggio del grande giurista e filosofo tedesco Carl Schmitt, concepito nel 1942 e tradotto qualche anno fa dalla Adelphi, in cui i due «elementi» sono trattati in termini non solo storici, anzi, quasi metafisici. Il cattolico Schmitt fu l’analista e il teorico delle dicotomie «spietate», a partire dalla Politica quale applicazione dello schema amico-nemico.

La sua elaborazione di uno Stato decisionista ha radici nel pensiero di Machiavelli e Hobbes, e si concretò in una indulgenza/connivenza verso il nazismo. «La storia del mondo è la storia della lotta delle potenze marittime contro le potenze terrestri», scrive Schmitt in Terra e mare. Sullo sfondo di quella riflessione v’era la seconda guerra mondiale, ma per altri versi essa ritorna nello scenario della «deriva dei continenti» umani come effetto consustanziale della globalizzazione. Decine di milioni di persone ogni anno si spostano da sud verso nord nelle Americhe o lungo le rotte mediterranee che invero cominciano nel cuore del continente africano, oppure da est verso ovest (in Italia, per esempio, a dispetto della diffusa percezione di una «minaccia» africana, le comunità straniere più numerose sono rumene e albanesi - ha ricordato ieri Ilvo Diamanti sulla «Repubblica»).


Non si può fermare un flusso o una marea umana... Human Flow s’intitola il documentario dell’artista dissidente cinese Ai Weiwei che è tra i film più attesi della prossima Mostra di Venezia. Il film prende le mosse dall’isola greca di Lesbo, dove papa Francesco incontrò i rifugiati nell’aprile 2016, e si snoda lungo altre frontiere, in Bangladesh, Kenya, a Gaza, sul confine tra Messico e Stati Uniti... Ai Weiwei ritiene che «tutti possono essere rifugiati. Quella che chiamiamo la crisi dei rifugiati è di fatto una crisi umanitaria. Non importa chi può essere rifugiato, potreste essere voi o potrei essere io. Credo che il problema dovrebbe essere compreso da chi ha la fortuna di vivere in pace».

Certo, ogni frontiera è una formidabile occasione di rigenerare visioni e caratteri collettivi, mette in gioco chi è al sicuro non meno di chi rischia la vita in mare per attraversarla. È una «metafora dell’esistenza» perché il naufragio coinvolge «lo spettatore» sulla terra ferma, come sostiene un memorabile saggio di un altro filosofo tedesco, Hans Blumenberg, antagonista di Schmitt, ispirato al De rerum natura di Lucrezio, edito in Italia dal Mulino.

D’altronde, è difficile concepire una società aperta senza un afflato di generosità: il trincerarsi nella paura e nella xenofobia sta infatti accompagnando il declino dell’idea stessa di Europa, mentre ogni giorno ci sono in gioco delle vite. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione della recente Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani, ha parlato di una situazione «atroce e inaccettabile», richiamando la comunità internazionale e l’Europa a contrastare efficacemente i «mercanti di morte». Un appello simile è venuto dal Papa, affinché «questa piaga aberrante, forma di schiavitù moderna, sia adeguatamente contrastata».

Il «codice di condotta» del governo italiano si colloca in tale contesto, inquietato ulteriormente dall’inchiesta della Procura di Trapani sulle possibili connivenze tra alcuni appartenenti a Ong e gli scafisti. «Chi non ha firmato non potrà far parte del sistema di salvataggio che risponde all’Italia, fermo restando il rispetto della legge del mare e dei trattati internazionali», ha dichiarato il ministro dell’Interno, Marco Minniti. Medici senza Frontiere (Msf), il cui straordinario impegno è stato premiato con il Nobel per la Pace nel 1999, ha scelto di non firmare, adducendo «le ragioni del mare» contro le esigenze della terra, dello Stato, della sicurezza. Msf non ritiene opportuni alcuni dei tredici punti del «codice», in particolare laddove esso impone di «ricevere a bordo, su richiesta delle autorità nazionali competenti, eventualmente e per il tempo strettamente necessario, funzionari di polizia giudiziaria che possano raccogliere prove finalizzate alle indagini sul traffico di esseri umani».

Il rifiuto della firma sta scatenando polemiche furenti che talora mettono nel mirino le Ong persino più dei trafficanti: una follia! Medici senza Frontiere oppone il bisogno della «neutralità» assoluta nelle operazioni di soccorso, ma Ernesto Galli della Loggia sul «Corriere della Sera» di ieri ha argomentato che l’Italia da anni svolge un’azione di salvataggio, non certo di belligeranza, e ha quindi il diritto di tutelare quella stessa azione con delle regole.

Già, regolare la marea... Sembra un ossimoro, eppure è di fatto l’unica possibilità che resta di fronte agli «opposti estremismi»: da una parte chi vorrebbe ricacciare indietro tutti i migranti, dall’altra chi, di certo in buona fede, rischia di confondere carnefici e vittime a bordo dei barconi. Nel dilemma mare/terra solo l’Italia può provare a diluire il tragico dello sguardo teutonico sul Mediterraneo.

Articolo pubblicato sulla "Gazzetta del Mezzogiorno" del 7 agosto 2017

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