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Venerdì 22 Settembre 2017 | 04:53

TU NON CONOSCI IL SUD

Quasi saggio

Pietro Curzio, un libro zen sul diritto e il suo rovescio

Tu non conosci il Sud

Oscar Iarussi

Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Il titolo è di rara efficacia, Quasi saggio. Campeggia in caratteri rosso pompeiano sulla copertina nell’elegante grigio pallidissimo dei libri di una volta, che non avevano bisogno di «effetti speciali» per sedurre il lettore. Edito da Cacucci (pp. 130, euro 10,00), Quasi saggio di Pietro Curzio si sottrae a ogni definizione univoca di genere letterario e fa venire in mente quel sublime passo di Montale che recita: «Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». Curzio non ha atteso a un memoir, non solo; né a un saggio tradizionale come dichiara fin dal paragrafo iniziale («Sottolineo quasi»). Tanto meno si tratta di un volumetto giuridico, sebbene l’autore, barese sessantaquattrenne, sia magistrato di lungo corso e presidente della sezione lavoro della Corte di cassazione. Eppure il diritto anima alcune delle pagine più intense del testo, mai disgiunto dal «rovescio» che la scienza giuridica dovrebbe coltivare e custodire, ovvero senza temere che le penombre del mondo vissuto inficino lo splendore (presunto) della giustizia. È vero piuttosto il contrario. «Perché chi conosce solo il diritto non conosce il diritto», scrive Curzio citando uno dei suoi maestri, Gino Giugni, che fu in cattedra a Bari e lasciò un segno grazie allo Statuto dei lavoratori varato nel 1970.

In Quasi saggio echeggiano, diremmo, l’afflato multidisciplinare di Max Weber, il grande sociologo che dedica alla musica un’intera sezione di Economia e società, e i dilemmi dell’interpretazione al centro della teoria giuridica di Hans Kelsen. Voci lontane, sempre presenti, che Curzio non esplicita, forse per non appesantire una scrittura «con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole» (Ennio Flaiano, in esergo). È menzionato invece Antonio Cassano, barbiere barese omonimo del calciatore, che tra un taglio di capelli e l’altro si definisce «artista momentaneo», saggio quasi quanto il guru dei computer Steve Jobs buonanima, con quella sua frase un po’ idiota diventata di culto fra gli imberbi di tutte le età: «Stay hungry, stay foolish» e, magari, «Stay shaven».

Curzio evoca i genitori, i compagni dell’infanzia e dell’adolescenza, le vacanze alpine durante le quali apprende «il passo della montagna», la moglie Annamaria, gli amici, i due figli, alcuni colleghi, in una trama sentimentale a ciglio asciutto che affiora alla ribalta con discrezione, nitore e rigore; del resto, caratteri propri dell’autore. In questo orizzonte è il diritto a rivelarsi fatto «della stessa sostanza dei sogni». Un esempio? Ieri, 29 marzo 2017, l’Islanda è stato il primo Stato al mondo a rendere vincolante per legge la parità salariale tra uomini e donne. Ma già nel 1906 dieci maestre elementari di Senigallia per alcuni mesi riuscirono a ottenere il diritto al voto, nonostante sarebbe stato introdotto in Italia soltanto nel 1946. La storia raccontata da Curzio è ignota e bellissima. In quei mesi non vi fu convocazione alle urne, tuttavia se il governo Giolitti fosse caduto nel frattempo le dieci «suffragette» avrebbero potuto votare, uniche donne in Italia, in virtù di una semplice domanda di iscrizione nelle liste per le «politiche». Accolta dalla commissione elettorale di Ancona, l’iscrizione fu contestata dal procuratore del re, ma confermata dalla Corte di Appello anconetana retta dal grande giurista Lodovico Mortara, che pure era personalmente contrario al voto femminile. Infine la Corte di cassazione ripristinò l’ordine «maschilista» del voto. Curzio analizza, o, meglio, racconta in punta di diritto le opposte motivazioni dei provvedimenti, ma a restare sono infine quelle donne marchigiane, di cui trascrive i nomi per render loro l’«onore delle armi».

Poi, assecondando i fili invisibili delle «divagazioni» che aiutano a mettere a fuoco la conoscenza (un andamento quasi zen), eccoci nei meandri del Palazzaccio romano sede della Cassazione o all’Amba Alagi per un altro onore delle armi, reso dagli inglesi ad Amedeo di Savoia, la cui storia lambisce le vicende familiari dell’autore.  Pietro Curzio è pensoso ed acuto al cospetto del Mosè di Michelangelo a San Pietro in Vincoli che suggestionò Sigmund Freud o nel cimitero acattolico della capitale, dinanzi alla tomba di Belinda Lee, l’affascinante attrice britannica morta venticinquenne nel 1961. Ricordando i film visti al «Galleria» di Bari con il padre, che al bar gli comprava le caramelle «cubik elah»... Nostalgia che più struggente non si potrebbe, temperata dal «divieto del rimpianto» suggerito da Spinoza, al quale è dedicato un capitoletto finale. Perché «il fiume deve cercare il mare».

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